LA ROSSANA DELLA SANTUZZA

Novella n°15


Alla via Pilieri numero 4 c’era la casa vecchia, quella dei miei avi. Non erano semplicemente i miei nonni, perché i nonni, da sempre, sono quelli che ti fanno giocare, che ti aiutano a crescere, che ti difendono, mentre quelli della via Pilieri, io non li avevo mai conosciuti perché erano morti molto prima della mia nascita, erano dunque i miei antenati paterni che come lari romani erano ormai divinità buone rimaste nell’aria. Li respiravo, ne sentivo lo spirito e l’affettuosa presenza ed ora, da un mondo di luce e pace, proteggevano me e la mia famiglia.

Li cercavo, andavo in giro per le anguste stanze di quella casa, raccoglievo piccole foto, lettere, cartoline e le scrutavo intensamente, ne tracciavo il contorno con la punta della dita, ne studiavo i caratteri e le parole, speravo mi parlassero, mi raccontassero qualcosa di loro, di com’erano, della loro vita passata. Poi, senza farmi sentire da mio padre, levavo il piccolo fermo della porta che conduceva alla stanza buia, facevo lentamente scivolare il piloncino sugli anelli di ferro e poi mi addentravo in quella camera come si fa in una chiesa. Avevo il rigido ordine di non avventurami lì dentro a causa del tetto quasi pericolante eppure ero attratto da quel luogo misterioso. C’era il forno, le pale di legno, il setaccio, la pedana tonda del braciere e mi affascinava pensare che mia nonna e la mia bisnonna prima di lei, anni ed anni addietro, in quella stanza facevano il pane per tutta la famiglia. E confrontavo quel buio e quel silenzio così innaturale ed arcano, alla festa a cui assistevo invece a San Basilio, a casa dei nonni materni che erano vivi e vegeti, ad ogni impastata di pane un momento di vita, di gioia, di familiarità. Anche la cantina era piena di storie e di mistero, c’erano talmente tante parole in quella quiete, in quel buio fitto e c’era poi una enorme cassapanca posta al centro dello stanzone, nera, probabilmente nera, talmente era scuro lì che sarebbe potuta benissimo essere blu, marrone o grigia. Era là però che la mia curiosità si fermava, su quella cassapanca avevo posto le mie colonne d’Ercole. Superavo i veti di mio padre, i rimbrotti di mia madre per i vestiti perennemente impolverati ma quella cassapanca io non l’aprivo. Mi ero convinto che i miei avi avessero imprigionato là dentro tutte le cose brutte della loro vita che era meglio dunque non rievocare dischiudendo quel nero sarcofago e l’avevano posto là, in quell’antro remoto al fine da proteggere la progenie dalla tentazione, tanto doveva rimanere reietto al mondo e all’uomo ed io mi guardavo bene dal trasgredire a questo antico comandamento.

La signorina Concetta mi vedeva andare nel sottano buio e quel suo sesto senso la rendeva capace di intendere quel mio turbamento mistico ed allora appena mi vedeva richiudere il portone della cantina infilando l’indice nella toppa ruotando l’ingranaggio della serratura, mi chiamava. Abitava pochi metri più in là della casa vecchia al numero 2 della via Pilieri, era da sola, non si era mai sposata, aveva qualche parente, qualche nipote che la veniva a trovare e basta. Quando andava bene mi dava una girella che ti impastava la bocca di gustoso cioccolato o, alla peggio una caramella “Rossana” che se la ricevevo da altri magari non l’accettavo perché non mi piaceva ma da lei la prendevo con gioia perché aveva quel suo modo di donare che era impareggiabile. Stava la, seduta su un a sedia impagliata e cuciva, pregava, meditava. Sempre. Si era affezionata ad un giornalino e quando finiva di leggere la copia del mese me lo regalava. Quella rivista era la “Voce di Padre Pio”, parlava di un frate che faceva miracoli e a cui Gesù aveva donato le stigmate. Così mi diceva la signorina Concetta e mi mostrava le foto all’interno della rivista con le mani del monaco fasciate e insanguinate. Mi impressionava sapere che quelle cose esistevano davvero e non solo tra le scene dei film o le trame dei racconti ma erano accadute da qualche parte in Italia solo qualche decennio addietro. Capitava pure che alla rivista fosse allegato qualche ricordino: una medaglia di latta, una immaginetta o addirittura un piccolo panno macchiato del sangue di quel barbuto cappuccino (sic!). La signorina Concetta mi raccontava anche delle furibonde lotte di Padre Pio col demonio, delle volte in cui la mattina gli altri frati lo ritrovavano riverso al suolo ferito e contuso dopo la feroce battaglia col maligno che di notte penetrava nella sua piccola cella e lo tentava e lo scuoteva, cercando di trascinarlo tra le schiere dell’anticristo. E quando lei narrava queste cose io rimanevo fisso, immobile, totalmente assorto da quel mondo esoterico fatto di angeli, santi, demoni, di lotte furibonde, di luce e di fiamme e perfino la Rossana assumeva un gusto nuovo, quasi diverso e la masticavo mentre la signorina Concetta parlava, e la rompevo in bocca piano, per non far rumore, per non perdermi nessuna parola di quella mirabile cronaca e gustavo quella disgustosa (per me) cremina alla nocciola che mista a quelle parole sembrava avere un sapore diverso. E quando la storia del giorno finiva e l’incanto svaniva mi rimaneva in bocca quel sapore dolciastro della caramella che eliminavo risciacquandomi la bocca sotto il rubinetto ma Padre Pio e le sue battaglie non riuscivo a cancellarle. Pomeriggio la signorina Concetta attaccava con il Rosario e li la mia comprensione invece saltava del tutto, perché ripetere tante volte la stessa preghiera alla stessa persona, pure se era la Madonna? Non capivo, quasi mi irritava quella cantilena, eppure ero sorpreso dalla instancabile fede di quelle persone che si riunivano in un anfratto fresco della via Pilieri a pregare per ore a volte attorniate solo da una palpabile semplicità e da una vita veramente grama. E Radio Maria era la voce del quartiere in quei lunghi pomeriggi estivi e pregava, si pregava all’infinito un Dio infinito in un mondo finito, vecchio, stanco, fatto di case di pietra che parlavano di avi, di tempi lontani, di silenzio. La signorina Concetta era il simbolo di questo mondo umile, quella preghiera la nutriva di un cibo spirituale che la faceva camminare a testa alta tra le peripezie di una esistenza di solitudine, lei era un’asceta dei tempi moderni, non una grotta, non un austero convento, ma una casetta piccola al numero 2 della via Pilieri, un rosario e la “Voce di Padre Pio”. E quando morì entrai in quella casa e la vidi distesa sul lettino in tutta la sua solida santità, non il volto cinereo di un morto, non le mani, ormai bianche, a stringere il solito Rosario, non pianti dolorosi ma silenzio, un silenzio che trasudava di divinità, di pace, di luce. Sulla bara gli misero una corona e la palma simboli della sua verginità e della sua purezza come era d’abitudine al paese, la portarono al cimitero insieme agli altri morti, la porta della sua casa si chiuse per sempre.

E fu allora, solo allora che mi accorsi di quanto fossi stato fortunato, in quei pochi anni ad aver conosciuto una donna così virtuosa, così limpida e vera. Non una santa del calendario, non una santa di sagre e feste, di fuochi d’artificio ma una santuzza, piccola, umile, sconosciuta al mondo e per questo tre volte più grande.

E, comunque, da allora in poi non mangiai più le Rossana.

©Cristiano Parafioriti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *