L’AMORE MEZZ’ORA PRIMA DEL TRAMONTO

Novella n° 14


 

Pippa Marrana abitava al centro della via Libertà.

Quella strada tagliava in due il vecchio quartiere dalla casa di Ture Tappa fino all’orologio. La Pippa viveva lì da sempre, con i due figli e la sua fedele 112 Autobianchi blu. Era vedova, il marito era morto anni prima in Germania, dove era emigrato per lavoro, come tanti, come troppi, costretti a lasciare i propri cari ed il proprio paese per cercare pane altrove. E quando qualcuno di questi eroi moriva cadendo da una impalcatura, schiacciato da qualche mezzo in movimento, travolto da qualche frana, asfissiato in una miniera beh, allora quella morte diventava una “morte al quadrato”, morte moltiplicata a morte, poiché alla morte dell’emigrazione si aggregava la morte sul lavoro, decuplicando il dolore, la rabbia, l’ingiustizia. Pippa ed i suoi figli erano vittime di questa iniquità cosmica e assoluta ma lei si era rimboccata le maniche da subito perché la vita grama non le aveva concesso nemmeno la possibilità di asciugarsi le lacrime. Così aveva trovato un impiego a scuola ma non disdegnava qualsiasi altro lavoro pur di far crescere con dignità quei due ragazzi del quartiere Pilieri che troppo presto il destino aveva lasciato soli, senza un padre. Doveva averlo amato tanto quell’uomo Pippa Marrana, d’un amore immortale, di quelli che la morte, quando arriva, paradossalmente rende infiniti, immani ed eterni, e quell’amore era rimasto lì, incastrato nel suo cuore e non se ne voleva andare, no, proprio non ne voleva sapere di lasciarla in pace ma ritornava ogni sera, mezz’ora prima del tramonto, quando oramai le fatiche quotidiane davano spazio ai pensieri reconditi, agli umori più intimi del cuore.

E così, poco prima dell’imbrunire, lei prendeva la sua 112 Autobianchi blu e se ne andava all’orologio, dove la vista si ampliava al mare aperto e alle Eolie per poi allungarsi fino al cielo e rimaneva lì, con gli occhi ed il cuore riversi un po’ sul cimitero che, pian piano, con l’avanzare del buio, si illuminava delle perpetue ed un po’ nel cielo che lentamente fondeva il suo azzurro all’azzurro del mare per poi morire insieme nel manto scuro della notte. Ma il suo amore no, il suo amore non era mai morto e per quello, ogni santo giorno, alla stessa ora, andava là, in quel preciso punto a pregare o forse solo a parlare con il suo amore perduto, chissà magari gli raccontava di come i figli crescevano, di come stavano diventano uomini ormai, delle sorprese che la vita quotidianamente le riservava, delle gioie, dei dolori, delle sue preoccupazioni. E nessuno osava interromperla, né grandi, né bambini, tutti rispettavamo quel momento, anche il rumore dei raggi delle nostre biciclette sembrava importuno, anche il vicino vociare della bottega della Pippinella si attenuava per quei pochi istanti. Quelle anime si amavano in quel modo sublime, bellissimo e spirituale, d’un amore sacro che la morte aveva rafforzato e non era riuscita né a spegnere e né tantomeno a scalfire. Lassù da qualche parte, oltre al mare, oltre al cielo, Pippa Marrana sapeva che il suo amore spezzato era lì ad aspettarla per sanare quella ferita ricongiungendosi a lei per l’eternità e traeva forza da questa convinzione ed andava avanti, sciogliendo con coraggio i nodi della sua vita così come scioglieva quelli dei suoi lunghi capelli corvini, dopo averli lavati al mattino, ripassandoli con cura a colpi di spazzola prima di legarsi lo chignon, lì in quella casa della via Libertà. E poi, chissà, forse quando divenne nonna della dolce Cristina, forse anche al marito ripeté le stesse parole che disse a mia mamma: “ Pippa non si chiama, ma è tutta la Pippa Marrana” o magari non disse nulla, perché tanto lui, ormai tutt’uno con Dio, lo sapeva già e chissà se, lì all’orologio, mezz’ora prima del tramonto, qualcuna di quelle sere, portò la piccola e poi gli altri nipotini che arrivarono e li presentò al suo amore immortale.

E una sera, Pippa Marrana, come ogni giorno, andò all’orologio senza la 112 però, e si sentiva stranamente bene, leggera, rilassata. Non si appoggiò alla solita inferriata a mirare il tramonto ma stavolta proseguì e salì verso il cielo. Il suo corpo oramai stanco e sconfitto da un morbo inclemente nel giro di una luna lo aveva lasciato nel letto, quella stessa fredda mattina di gennaio, inerte ed inanimato. “E’ morta la Pippa…è morta la Pippa”, si sentiva ripetere nel quartiere ma che ne sapevano in realtà loro che Pippa Marrana s’era andata a riprendere quello che le era stato tolto e che per ogni giorno di quei lunghi quarant’anni riviveva sempre in quei pochi istanti d’amore, mezz’ora prima del tramonto.

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