Rimedio all’afa

Questa volta non voglio partire da un fatto di cronaca, ma da una condizione comune. L’insonnia da afa. Poiché è giustamente estate è inevitabile che molti di noi si scontrino con la banale sensazione paludosa di un’aria immobile che dà disagio, poichè temiamo spesso di scoprirla troppo simile alla nostra esistenza. Quella sensazione di impantanarsi a vuoto in un momento che non presenta né interesse né dinamismo. È un male tipico, oltre che stagionale, umano. Così umano. Tanto che parecchi di noi trasformano il letto in una modesta Waterloo destinata a incassare l’ennesimo scacco matto; ma una strategia di risposta c’è.

– una bella doccia fredda/fresca (non avete idea di cosa risolva), abbiate cura di farvi piovere un getto sulla verticale del cranio, immaginando di essere una montagna verde coperta dalla pioggia. Respirate a fondo e con calma.

– un bel bicchiere, non gelato, ma fresco di acqua appena usciti.

– musica per accompagnare il sonno e magari un olio aromatico.

Importante: nel ricoricarvi lasciate andare i pensieri senza resistere, apprezzateli come se foste invitati in esclusiva a vedere un film. Soprattutto, non giudicate le immagini che il cervello vi propone: ognuna di esse è legittima, giusta e perfetta. Osservatele con attenzione e basta, vedrete che il sonno arriverà e troverete un piacere inedito nell’essere i registi del vostro immaginario. Godete di ogni forma vi si presenti agli occhi invisibili del cervello.

Ci accompagnano tre poesie di Osip Mandel’stam un po’ rappresentative di questa situazione.

Tende l’udito una vela sensibile
lo sguardo si dilata e si svuota
e afono varca un mare di silenzio
il coro degli uccelli a mezzanotte.

Io sono povero come la natura,
e ho la semplicità che hanno i cieli
e la mia libertà è illusoria come
le voci, a mezzanotte, degli uccelli.

Ho questa luna esanime dinanzi agli occhi,
e un cielo più smorto di un lenzuolo;
è un universo, il tuo, strano e malato,
e sono, o Vuoto, qui pronto a accoglierlo.

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CONCHIGLIA

Notte, forse non hai bisogno di me;
dalla voragine dell’universo
io – conchiglia priva di perle – sono
gettato riverso sulla tua parola.

Con noncuranza fai schiumare le onde
e riottosamente vai cantando,
ma la menzogna d’una conchiglia inutile
ti sarà oggetto d’amore e vanto.

Verrai a giacerle accanto sulla rena
e a ricoprirla della tua pianeta;
a renderla, verrai, inseparabile
dall’enorme campana degli agitati abissi

e il cavo della fragile conchiglia –
nido di un cuore ove nessuno vive –
ricolmerai di schiuma che bisbiglia,
ricolmerai di nebbia, vento e pioggia…

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Notte di insonnia. Omero. Vele tese là.
Delle navi ho letto per metà il catalogo:
Questa lunga nidiata, questo corteo di gru
che dall’Ellade si levò un giorno e prese il volo.

Cuneo di gru diretto a estranee frontiere –
bianca schiuma divina sulle teste dei re –
dove far rotta? Per voi Troia senza Elena
sarebbe mai uguale, o maschi guerrieri achei?

L’amore muove tutto – muove Omero e il suo mare.
Chi ascolterò? Ma ecco tace Omero,
e strepita con enfasi un mar nero
che con rombo pesante si getta sul letto.

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