CENTOCINQUANTA MILIONI DI ANNI FA

Novella n°13


Don Calogero Palummino aveva una carrozzina a posto delle gambe. Lo avevo sempre visto così e la cosa quindi non mi impressionava. Arriva al banchetto da lavoro di mio padre a San Basilio e si faceva aiutare a scendere quei due scomodi gradini vicino alla chiesa, fermandosi poi là a chiacchierare un po’. Ogni tanto cavava dalla tasca il suo temperino e un pezzo di canna ed iniziava ad intagliare un piccolo flauto, era il suo diletto, ed era un vero artista in questo. Pur non avendo istruzione musicale riusciva con grande maestria a creare piccoli strumenti dall’intonazione fine e dal suono dolce e tenue che nulla avevano da invidiare ai più moderni e sofisticati flauti dolci. Ma lui, dall’alto della sua umiltà non lo chiamava “flauto” ma preferiva definirlo semplicemente “friscaletto”, come fosse un semplice sollazzo per bambini, un divertimento da poco, un passatempo. Mi faceva qualche domanda per averne una uguale di rimbalzo del tipo: “Quanti anni hai….” Ma in realtà a lui non interessava nulla di sapere quanti anni avessi io, era più che altro un modo per farsi domandare quanti anni avesse lui, non a caso alla mia risposta lui ribatteva: “ Vuoi sapere quanti anni ho io?”. Era insomma un modo per iniziare il discorso da un punto di vista diverso, voleva sempre mantenere il verso giusto delle cose, non era lui che raccontava la sua storia ma ero io che la volevo ascoltare, non era un vecchio annoiato che aveva desiderio di narrare ma era un saggio che nutriva la curiosità di un bambino. Mi sembrava giusto che fosse così ed allora gli chiedevo:

“ E vossia quanti anni ha?..”

Don Calogero Palummino diceva di avere centocinquanta milioni di anni.

In effetti era un po’ vecchio, stava su una carrozzina, ma centocinquanta milioni mi sembravano veramente troppi! Eppure lui lo diceva con aria seria, convinta ed anzi cercava di spiegarmelo e raccontava di essere nato dentro un uovo. Beh non è che io avessi bene in mente di come nascessero i bambini ma onestamente ricordavo il pancione di mia mamma quando era incinta di mia sorella…ma lui ribatteva che al giorno d’oggi i bimbi nascono dalla pancia della mamma ma ai suoi tempi le mamme covavano le uova e le mettevano dentro una madia con una coperta di sopra così se l’uovo si schiudeva di notte, il nascituro aveva almeno la possibilità di coprirsi e quello scialle poi diventava il compagno di tutta la vita tant’è che lui se lo portava sempre dietro. Mi mostrava quella coperta di lana rossa a rombi blu di centocinquanta milioni di anni fa ed io lo tempestavo di domande: “ Ma quindi c’era lo scialle, c’era la madia anche a quei tempi…” ma lui non si scomponeva e fugava ogni dubbio raccontando con dovizia di particolari ogni avvenimento legato alla sua nascita, raccontava di come poi si seppellissero i pezzi dell’uovo infranto in mezzo all’orto di casa perché all’epoca l’uomo viveva solo di agricoltura e di pesca e di come da quell’uovo poi nascesse un ciliegio che era la pianta della sua vita e che se un giorno qualcuno avesse voluto ucciderlo bastava che scoprisse quale era il suo ciliegio e lo tranciasse di netto e così finito l’albero sarebbe morto stecchito anche lui. Ma don Calogero era stato furbo ed aveva camuffato il ciliegio in mezzo a tanti alberi di fico d’india dalle spine irte e pungenti in modo da scongiurare ogni pericolo cosicché nessuno fosse tentato di andare a fargli del male.

“ Ma allora qualcuno ha tagliato qualche ramo e lei ha perso le gambe….giusto?”

“No…le gambe le ho perse al mare a Rafa”.

Ma Rafa era la montagna che dominava il paese, era a novecento metri sul livello del mare come era possibile? Questa mi sembrava veramente troppo grossa, ma don Calogero Palummino fulminava ogni mio tentativo di sorridere a tale ciancia e mi ammoniva di non conoscere affatto il mondo di centocinquanta milioni di anni fa, di quando erano gli animali a cacciare gli uomini e di quando andava a pescare le sarde (quelle ci sono sempre state in Sicilia!) a Rafa dove c’era il mare. Così quel giorno, quando fu giunto in mezzo alla foresta vicino alla spiaggia un uccello dal becco a padella lo attaccò cercando di inghiottirlo tutt’intero ma riuscì a sgusciare tra i rami e a nascondersi sotto un tronco. Quella però non era una cava del terreno ma la tana di un altro terribile animale e così tra le fronde apparve minaccioso un cavalleone che ruggiva quasi da far staccare le foglie dai rami. E don Calogero si diede a gambe levate facendo un po’ a zig zag tra la fronda fino a quando si lanciò dalla scogliera delle rocche rosse di San Paolo sopra Galini schiantandosi con la schiena tra le onde in balia dei flutti e dei pesci voraci. Ma una balena che era grande quanto tutto il paese lo inghiottì tutto intero salvandolo dalle squalacciughe dai denti affilati e dalle ranedrago che avevano la lingua appiccicosa lunga sedici metri. La balena però lo sputò via perché era troppo salato facendolo volare fino al lago del Biviere dove alcuni uomini lo raccolsero svenuto sulla riva e poi lo riportarono a casa. Quello schianto sulla scogliera gli aveva fatto perdere le gambe ma gli aveva salvato la vita perché, pur svenuto i pesci non se lo mangiarono in quanto lo scambiarono per un morto che galleggiava ed avevano paura degli uomini morti. Fu così dunque che don Calogero Palummino aveva perso le gambe ma aveva salvato la vita, una vita che poi lo aveva portato fino a lì, fino a raccontarmi queste sue mirabolanti avventure. Sorridevo, non volevo offenderlo, era talmente buono che mi ritraevo dal contraddirlo. Prima del tramonto si rivoltava con la sua carrozzina, lo aiutavamo a risalire quei due gradini e se ne andava via col suo carico di storie incredibili.

E poi un giorno andai a Rafa con mio zio, giocavamo a colpire con i sassi una roccia posta più in alto finché quando ad un certo punto toccò a lui, lo vidi fermo, immobile. Era rimasto a fissare quel sasso che aveva appena raccolto.

“Che fai non tiri?” lo spronai io…

“ Guarda qua…è un fossile!”

“Un fossile?”

“Si…sembra il fossile di un piccolo pesce?..”

Lo guardai perplesso e lui:

“Perché non lo sapevi che qua c’era il mare….centocinquanta milioni di anni fa?””

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *