Il fiuto speciale di Arco

C’era una volta, neanche tanto tempo fa, un cane di nome Arco. Apparentemente era un cane come tutti gli altri: di razza meticcia, stazza media, pelo lungo nero e occhi color ambra.

A distinguerlo dagli altri cani era sin da cucciolo, quel suo fiuto a dir poco particolare.

Non è che di udito e vista ne avesse di meno, erano altrettanto sviluppati, ma del fiuto, così raffinato, potevano essere invidiosi i migliori cani da caccia.

Il proprietario di Arco era il Taglialegna del paese, un omone robusto, burbero, chiuso e solitario, dai modi poco gentili. Taglialegna non s’interessava molto del suo cane. L’aveva preso per fare la guardia alla sua legna e una volta che gli dava da mangiare e bere, per lui finiva lì.

“Non ha il guinzaglio, lo lascio libero di girare attorno alla casa, insomma, è soltanto un cane, cosa vuole di più?!”

Intanto, Arco cresceva e conosceva il mondo con quel suo fiuto magico, facendo nella sua testolina una specie di gioco.

A ogni cosa che fiutava da lontano, associava anche un’immagine, un colore e un sapore. Il gatto che si avvicinava era un fulmine giallo che sapeva d’ortica e pepe, quello che ogni tanto trovava nella sua ciotola e lo faceva starnutire. Un malintenzionato che veniva a curiosare appariva nella sua testa come una nube scura che sapeva di carbone, come quella scia grigia che d’inverno usciva dal tetto della casa. I bambini spensierati e allegri che passavano da lì per andare e tornare da scuola, Arco li vedeva come un prato verde pieno di fiori profumati, proprio come quello della vicina di casa, la Signora delle rose.

Una carezza o una parola dolce, molto prima di riceverla, per lui era l’immagine del cielo azzurro e sapeva di latte tiepido, che gli piaceva così tanto.

La nascita di un bambino era da lui vista come una palla arancione e aveva il sapore di quelle cose buone che i bambini portavano negli zainetti.

Con quel suo fiuto eccezionale Arco poteva sentire anche i cambiamenti del tempo, come la pioggia, il vento o un temporale, molto prima che arrivassero in paese, e ogni presentimento lo accompagnava con un abbaiare diverso.

In poche parole, facendo un’operazione matematica:

Mille immagini + mille colori + mille sapori + mille bau-bau diversi = Arco.

Solo in un caso si metteva a ululare, proprio come fanno i lupi: quando vedeva una foglia di quercia color viola che sapeva di terra fresca, come le buche nelle quali sotterrava le ossa. Allora, i suoi occhi color ambra si riempivano di lacrime.

Arrivavano in seguito il rintocco della campana della chiesa e un lungo corteo di gente che passava accanto alla casa tenendo in mano i fazzoletti bianchi bagnati che sapevano di neve appena sciolta.

Avete già capito che Arco abbaiava giorno e notte, suonando come una vera orchestra, mandando su tutte le furie il suo padrone, il tremendo Taglialegna: “Bastaaaaa, stupido cane, chiudi sta boccaccia! Che cosa hai da abbaiare sempre!”

Fu la vicina di casa, la Signora delle rose ad accorgersi che quel suo modo di abbaiare significava qualcosa e gli prestò attenzione. “Presto, presto, raccogliamo i panni, Arco abbaia da pioggia!” e dopo un po’ arrivava l’acquazzone. O, “ Bambini, entrate dentro, Arco abbaia da temporale!” e dopo un po’ il cielo diventava un campo di fuochi d’artificio. O, nel peggiore dei casi: “ Mi sa che morirà qualcuno, Arco abbaia da funerale” e dopo un po’ la campana della chiesa annunciava la triste notizia.

Una mattina di primavera Arco si svegliò di soprassalto. Nella sua testa vide un altro cane come lui e poi quelle foglie viola, tante foglie di quercia viola che cadevano e lo coprivano come un manto di neve, e la neve si scioglieva e poi l’odore di terra fresca e alla fine l’immagine di una buca che si apriva e inghiottiva tutti.

Si mise ad ululare e a saltare come indemoniato. Dalla bocca gli usciva la schiuma bianca.

La Signora delle rose era preoccupata. Non era mai successo prima. Abbaiava da funerale, ma nel suo comportamento c’era molto di più. “Cosa è che vuole dirci quella povera bestia? Temo una disgrazia”, continuava a ripetere in continuazione, la vicina di casa, passeggiando su e giù per il cortile.

E, dopo un po’ successe. La terra iniziò a tremare, le case cadevano, la gente urlava e i bambini piangevano. Durò pochi secondi che parvero un’eternità e poi arrivò ancora quell’odore di terra fresca e di neve che si scioglieva. La casa di Taglialegna nonostante tutto resistette.

Arco saltò il recinto e iniziò a scavare davanti alla prima casa crollata, proprio quella della Signora delle rose. Scavava senza tregua e senza stancarsi. C’erano tanti prati verdi fioriti da tirare fuori i tanti cieli azzurri che sanno di latte tiepido.

Mentre scavava, abbaiava e i giubbotti arancioni e verdi che erano ovunque iniziarono a fermarsi e a dargli retta. Gli urlavano: “Bravo, bravo, continua così, venite, qua c’è qualcuno!” Dalle macerie spuntò fuori un braccio che teneva stretto un orsacchiotto e poi un sorriso, due sorrisi. I figli della Signora delle rose erano vivi e salvi. Arco gli diede una leccatina e poi si spostò, andò avanti. Il suo fiuto lo spronava: “Scavare, scavare, prima che inizino a cadere quelle foglie viola, prima di sentire le campane, scavare, salvare…”

Anche Taglialegna era lì e diceva fiero: “Quello è il mio cane, l’ho addestrato io”.

Dopo due giorni e due notti Arco crollò esausto e senza forza. Lo portarono via come un eroe. Le mani si fermavano ad accarezzarlo e lui sollevava la testa, quasi per scusarsi. Ci mise poco per recuperare e poi riprese di nuovo a scavare.

Arco divenne il simbolo di generosità e sacrificio ed entrò a far parte delle storie che si raccontano ai bambini prima di addormentarli.

Di tutto questo, ovviamente, lui non fu consapevole. Tornò a fare il cane da guardia e non smise mai con quel gioco nella sua testa…

Il Taglialegna diventò gentile e iniziò ad ascoltare gli altri, compresi i cani.

La Signora delle rose ebbe in regalo un cucciolo di Arco.

“Bambini, andate ad accarezzarlo, Archino abbaia da solitudine! “

©Aleksandra Damnjanovic

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