ANTROPOLAROID- ISTANTEANEE DI UNA SAGA FAMIGLIARE

Villa Menotti, esterno, notte: una silhouette nera in controluce soffia nel microfono un rantolo graffiante, un respiro rasposo e strozzato: inizia così, a sorpresa, la pièce “Antropolaroid” di e con Tindaro Granata, messa in scena il 17 giugno nel parco di Villa Menotti a Cadegliano per la rassegna ‘4 Fo[u]r Arts’ inserita dal Comune varesino nella cornice della stagione 2017 del Festival ‘Terra e Laghi’.

Una commedia umana con un solo protagonista che, quasi per un medianico gioco di possessioni, si sdoppia, triplica e moltiplica in una galleria di personaggi della propria saga famigliare che assumono corpo e voce di uomini irosi, donne amareggiate, giovani innamorati, bambini mocciosi, vecchi e vecchie dagli accenti gracchianti in un dialetto strettissimo e veloce: echi di parole che diventano intelligibili grazie alla forza mimica ed espressiva dell’interprete, che assume di volta in volta persino i difetti fisici, i tic, le posture degli avi di cui richiama la memoria.

Una prova d’attore trascinante, questa dell’artista siciliano, che ripercorre la storia della propria famiglia con elettrica energia: una sorta di pubblica seduta di analisi, un’esibizione di lutti, tragedie e colpe che sarebbe invereconda e impietosa se non fosse sorretta dalla consapevolezza che, come per tutte le catabasi, è solo scendendo vivi nel proprio inferno personale che se ne risale con la consapevolezza di se stessi. Tindaro Granata, frutto contemporaneo di questo ramificato albero genealogico, dimostra di padroneggiare la scena con la sua recitazione camaleontica che ce lo rende credibile sia nei panni del picciotto mafioso che in quelli dell’attempata prostituta redenta e agisce sapientemente con la scarna scenografia: un telo bianco (ora sudario, lapide di tomba, abito da ballo o cappio di suicida) e una sedia che diventa di volta in volta, culla o bara, tavolo di caffè o partner di un travolgente giro di valzer.

Antropolaroid, atto unico nel cui titolo si fondono l’antico linguaggio dei coloni greci e l’etichetta della più famosa macchina per fotografie istantanee, richiama l’indissolubile connubio che lega passato e presente come la linea di sangue che scorre dal primo Tindaro Granata a questo giovane, valente attore che è riuscito a piegare una tecnica tradizionale, quella del “cunto”, alle esigenze di un più agile strumento teatrale, in cui la linearità del racconto viene sostituita dalla messa in scena dei dialoghi che creano la storia.

La suggestione della collocazione all’aperto, presso un muro di pietra che basta, da solo, a materializzare con la sua scabrezza quella Sicilia che emerge come evocata dal linguaggio del testo teatrale, l’alternarsi di momenti ricchi di pathos ad altri di leggerezza quasi comica e, sulle teste del pubblico, la presenza magica proprio di quella stella (la ‘stidda bedda’) a cui la bisnonna antica consacrò il piccolo Tindaro ancora infante, hanno reso unica e coinvolgente l’interpretazione dell’autore, la cui versatile intensità è sicura garanzia di altri futuri, meritati e brillanti successi.

©Milena Nasi Benetti

 

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