LA SCECCA

Novella n° 12


Mio nonno aveva una scecca.

Non era né una mula, né un’asina, era semplicemente una scecca. E lo era perché era testarda, impenitente, ti guardava dall’alto verso il basso, sembrava quasi squadrarti dalla testa ai piedi e poi, con un ghigno malefico nascosto tra i denti storti, ti sfotteva. Era seccante quella scecca di mio nonno, scalciava, sbuffava appena la sellavano, si infastidiva per ogni cosa, non mi stava simpatica per nulla e sapevo benissimo che la cosa era ricambiata. In fondo, forse, ciò accadeva perché io ero un po’ come lei, ero caparbio ed ostinato pur essendo solo un bambino e poi quella scecca ogni giorno mi rubava il nonno e se lo portava in campagna alla terra del Bianco o a quella vicino al fiume e se lo teneva lei quel mio unico nonno, se lo portava in groppa, se lo cullava, ed io no, invece. Lui mi salutava un attimo al mattino e poi se ne andava. Così, poi, quando tornavano dalla campagna aspettavo che lui riportasse la bestia nella mangiatoia e da una angusta finestrella gli tiravo dei piccoli sassolini sperando di poterla centrare e quando la sentivo sbuffare infastidita avevo consumato la mia piccola vendetta, e ridevo di gusto, lo facevo apposta per farmi sentire dalla scecca, per fargli capire che ero io il manigoldo che la stuzzicava ma tanto ero sicuro che lei lo sapesse benissimo. Tanto non poteva lamentarsi col nonno perché era solo una scecca che non sapeva parlare. E me la ridevo a crepapelle sul terrazzo dei nonni, lì a San Basilio, cullato dal fresco della sera e inebriato dall’odore intenso della carne alla brace e del pane caldo che saliva giù dalla cucina dove si preparava la cena. E mio nonno, che faceva finta di non sapere ma che conosceva bene sia me che la scecca mi ammoniva dicendo:

‘E non tirargli le ossa alla scecca che non se li mangia!’

Lui sapeva di questo amore e odio ed allora decise un giorno di portarmi in campagna. Ero contento di poter passare qualche ora in più col nonno, lo vedevo poco, quando non era con la scecca era al bar della Za’ Concettina a giocare a carte e ad incazzarsi con gli amici e mi faceva dunque piacere andare quella mattina all’orto, da soli, e pazienza se c’era pure la scecca. Era un uomo umile, mio nonno. Aveva quel nasone rosso e strano, quella coppola sempre in testa, e quegli occhi vispi e sinceri. Aveva fatto la guerra e si vedeva, aveva lavorato nei campi, era cresciuto nel sudore e nella sofferenza e si vedeva, amava la sua famiglia e si vedeva. E quella mattina partimmo io, lui e la scecca alla volta della terra del Bianco e subito mi fece montare sulla bestia. Ah quale terrore si stampo nei miei occhi al solo pensiero di salire in groppa a quell’animale! Ma il nonno pensava solo si trattasse di una frivola paura da bambino che ne poteva sapere lui delle nostre reciproche antipatie, dei suoi ghigni malefici, dei miei scherni e quindi mi prese di forza e mi incastrò sulla sella. Ero terrorizzato, pensai subito che alla prima opportunità lei mi avrebbe fatto sobbalzare, mi avrebbe disarcionato facendomi ruzzolare per terra ma via via che scendevamo verso il fiume quel viaggio fu quasi piacevole, la scecca mantenne la calma anzi, quasi quasi si beava di avermi in groppa e anche se il nonno teneva ben strette le redini pareva non se ne curasse poi tanto, un po’ perché conosceva a memoria la strada, un po’ perché forse, in fin dei conti, quella scecca era buona. E cosi arrivati al Bianco il nonno si mise a zappare come era suo solito ed io rimasi li a giocare vicino alla gebbia.

Ad un certo punto la scecca si mise a ragliare, era un verso strano, sembrava quasi un lamento tanto era forte “chissà che ha…” pensai fra me e me “ forse si sente sola perché non ci sono suoi amici…”

Così mi avvicinai ed iniziai a tirargli le pietruzze e si calmò, ritornò ad un tratto ad essere la solita scecca, scuoteva il collo, roteava la coda, ogni tanto scalciava. Capii allora che la scecca voleva solamente giocare con me e quelle pietruzze che da sempre io gli lanciavo per farle dispetto erano in realtà per lei un motivo di gioco, di divertimento che la facevano svagare dalla monotonia quotidiana.

Mi sentii sollevato, lei dunque non era gelosa di me e non voleva il mio nonno tutto per lei. Tornammo sul far della sera e la cavalcai stavolta con fierezza, la carezzavo ogni tanto e lei mi rispondeva sbattendo più forte la coda. Lì tra le case sparute del Bolo le nostre ombre si allungavano disegnate dal tramonto e piano piano, tornavamo a casa ognuno immerso nel suo mondo, nei suoi pensieri ed era silenzio intorno a noi, un silenzio però senza solitudine ma muto di quiete, di ruscelli, di odorose foglie di noce che allietavano l’aria fresca del buio che s’appropinquava lentamente dalla Serra dei Ladri e scendeva fino al fiume per poi risalire pian piano verso le prime case di San Basilio. E gli ultimi raggi di sole zizzagavano confusi tra i silenziosi pensieri miei, del nonno buono e della sua fedele scecca.

Poi arrivava lo scuro.

©Cristiano Parafioriti

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