LA MUSICA

Novella n° 11


I paesi vicini avevano tutti una specie di fanfara, un gruppo di volenterosi insomma che a ritmo di qualche marcia militare accompagnava le processioni interminabili per vie del centro abitato nei giorni di festa. Noi no, noi non avevamo una fanfara, ma avevamo una banda, qualcosa di diverso, di superiore, non un accozzaglia di strumenti, di bevute e di feste ma una vera e propria istituzione, dove solo in pochi potevano esserci e riuscire.

Avevo sette anni quando mio padre mi porto ad un concerto della banda per la festa di San Basilio, mi emozionai, ero immobile, quasi in uno stato di esaltazione, suonavano “Il barbiere di Siviglia”, la sinfonia sembrava sprizzare felicità ed allegria ad ogni nota ad ogni battuta e quel bombardino gioioso che ben rifletteva l’animo frizzante di Figaro, ch’era bella …la musica, in un attimo mi aveva sedotto, mi aveva strizzato l’occhio, quasi a voler dire vieni e seguimi.

E così, la prima volta che imbracciai il metodo “Pasquale Bona” per ”andare alla musica”, così si diceva, rimasi affascinato da quel posto così sacro, quasi arcano. La sede era infatti incastonata tra le mura del nostro bellissimo palazzo baronale ed entrato timidamente nella sala delle prove non potevi non rimanere colpito dai tanti manifesti appesi ai muri che come cimeli di caccia ricordavano a tutti le imprese della gloriosa associazione, concerti, gemellaggi, raduni, concorsi. E poi la, dietro la scrivania c’era il maestro, una figura mitologica, quello che si alzava sul palco durante i concerti, quello che aveva la bacchetta in mano ed era vestito elegante, quello che dirigeva tutto insomma. Tocco a me, lessi la lezione n. 1 che recitava: “La musica è l’arte dei suoni” e fu in quel preciso istante che capii che non potevo più tornare indietro, quelle poche parole non ingannavano, la musica era un’arte e non poteva quindi limitarsi ad essere un semplice passatempo, ma diventava una missione.

Il mastro era dunque la vera anima della banda. Solitamente cambiava col tempo, era come una moda, una volta passata veniva rimpiazzata con nuove tendenze ed in banda queste nuove tendenze erano nuovi repertori, nuovi musicisti, nuove esperienze. Eppure, il mio maestro, sembrava fosse li da sempre, era figlio del paese nato nella banda del paese, ne aveva condiviso gioie e dolori ed era li, sempre li, perché aveva passione, una passione pura di quella intrisa nel sangue che scorre nelle vene. Sudava, si incazzava, sbatteva la bacchetta sul leggio arrugginito, strapazzava la partitura ma poi si calmava e comprendeva che forse, non tutti potevano essere come lui, e diventava buono, come un padre di famiglia, perché la banda era la sua famiglia. E noi lo seguivamo, piccoli con i nostri strumenti piccoli anch’essi, nelle lunghe processioni, nelle interminabili prove d’estate e d’inverno, nei viaggi in continente dove il nome d’un piccolo paese sui Nebrodi s’accostava a quello di grandi città, quale orgoglio era questo!.

La banda aveva un cuore grande capace di contenerci tutti. Eppure talvolta noi, quelli piccoli, quelli “nuovi”, ammiravamo gli altri, quelli che c’erano, che c’erano da una vita, anziani di anni e di banda, quelli come don Giacomino Smanato che trascinava a volte a fatica il suo pesante basso durante le estenuanti processioni ma che con aria docile e bonaria ti rincuorava sempre nella stanchezza con il suo motto divenuto immortale “apposta è bella a musica”, quelli come don Nino Malupilo, che per la legge di Dio e degli uomini era addirittura il padre del maestro ma che per la legge della banda era come un figlio che umilmente ascoltava il maestro, quel maestro che lui stesso aveva generato. E c’era poi Carmelino, che sembrava uscito da un quadro di Manet, un piccolo piffero di reggimento, ma quanto grande era invece la nostra stima per lui, era audace, sicuro, aveva un braccio piccolo segnato da una profonda cicatrice ma per ricompensarlo Dio gli aveva dato delle dita sopraffine e geniali capaci di scivolare indifferentemente sull’ottavino o sul flauto con la leggerezza di una piuma e non capivamo ancora se fosse il più piccolo dei grandi o il più grande dei piccoli e non lo capimmo mai perché era tanto bravo che Dio lo scelse per la sua orchestra fatta di angeli, e ce lo tolse un giorno, così, senza avvisarci, lasciando nel nostro cuore quella cicatrice che Carmelino aveva sul braccio.

“Apposta è bella a musica” diceva sempre don Giacomino Smanato, ed aveva ragione, perché una sinfonia, una nota, aiutano a non dimenticare e tutti coloro che per un motivo od un altro se ne sono andati rimangono poi per sempre nella storia e nel cuore grande della banda,

“apposta è bella a musica!” diceva sempre don Giacomino Smanato, perché quell’odore frammisto d’ebano, d’ottoni, di partiture ammuffite della sala del vecchio palazzo non è sparito nel tempo ma rimane, rimane nel cuore e suona ogni tanto anche a chi è strappato da terre lontane;

“apposta è bella a musica!” diceva sempre don Giacomino Smanato, perché lui, lui si che lo sapeva, che di sudate, di bevute, di processioni, di concerti una sola cosa rimane nel cuore incancellabile: un piccolo paese con la sua grande musica.

©Cristiano Parafioriti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *