SENZAPAPA’

Novella n° 10


La scuola media scombussolava tutto.

Intanto perché la scuola in se stessa non c’era, non esisteva. Le lezioni si svolgevano infatti, tra le mura di due stabili privati, posti uno di fronte all’altro con la strada che vi passava in mezzo, concepiti e progettati per essere normalissimi appartamenti e poi, alla bisogna, affittati appunto al ministero, arrabattati a classi ed uffici e via….si poteva cominciare. Noi primini arrivavamo dalle gloriose elementari, solide, grandi, ampie, con quei lunghi corridoi, con quella carrellata di classi e finestre, col Direttore Orlando con la maestra, con padre Russo, con la cartella ed il grembiule.

La scuola media, invece, scombussolava tutto.

La cartella era ormai antica, c’era la fascia elastica, scomoda, inutile che faceva scivolare tutto ma era alla moda, c’era il diario, c’erano tanti professori, che cambiavano ogni ora, c’era l’educazione fisica, l’educazione tecnica, l’educazione artistica e c’erano pure quelli di San Basilio. Infatti fino alle elementari la frazione di San Basilio aveva una sua scuola con le sue maestre ma le medie erano solo al paese le classi diventavano miste. Per molti era quello il primo vero approccio con i ragazzi e, soprattutto, le belle ragazze della frazione ma per me non era così. Li conoscevo tutti, mia mamma era di San Basilio, lì abitavano i miei nonni e mi capitava spesso di andare e giocare con qualcuno di loro. Non erano dunque volti sconosciuti anzi, erano forse più familiari di qualche altro compagno del paese e mi trovai subito bene.

Fabio Francesco era l’unico maschio di San Basilio della nostra classe, vi era anche un Salvatore Truglio ma non lo vedemmo mai e rimase per sempre un fantasma, Francesco invece ci invase e mi invase con la sua perenne allegria e la sua innata furbizia. Ci acchiappammo subito insomma, nacque alchimia e complicità che ci aiutava a superare anche i momenti più noiosi tra burla e scherzi e risate a crepapelle capaci di toglierci il respiro. Era interista purtroppo, come tanti purtroppo, ma ciò rese ancora più frizzante il nostro rapporto perché le contese e gli sfotto del lunedì erano altro cinema, altro spettacolo, spasso su spasso insomma. Purtroppo però Fabio Francesco non riusciva a trasformare la sua furbizia in intelligenza “scolastica” per così dire, perché non si applicava, non studiava, era svogliato e incappava spesso in severe ramanzine dei professori che conoscevano perfettamente le sue potenzialità inespresse per disinteresse e sfacciataggine.

Un giorno però accadde qualcosa che mi lasciò di sasso, ognuno doveva descrivere oralmente, a turno la propria famiglia e, dopo che i primi compagni iniziarono, avvertì un leggero brusio, come se fosse successo qualcosa di inconsueto ed insolito. Vagai con lo sguardo tra i banche e mi accorsi che Fabio Francesco era piegato a capochino sul banco, con la testa avvolta tra le braccia, stava piangendo. Forse sta male..pensai, eppure non gemeva, non strillava, solo dal leggero tremolio del capo si intuivano le sue lacrime che scendevano copiose sul banco. Poi si alzò , ed in un baleno uscì dalla classe senza dire una parola.

Il professore sbigottito non si arrisicò a fermarlo ma chiese subito spiegazioni a noi, nessuno sembrava aver capito nulla, finché, dopo che una lacrima aveva solcato anche il suo viso, una compagna di San Basilio, capì e disse balbettando.:

“Professore…for…forse…perché parlavamo della famiglia e…..lui è senza papà!”

Era proprio così, il papà di Francesco Fabio era morto qualche anno prima. Il professore uscì dalla classe, lo raggiunse nei bagni e, dopo qualche minuto, rientrarono in classe. Io non ebbi il coraggio di guardarlo, era un mio amico, uno dei compagni più cari e quella cosa dovevo saperla! Era colpa mia, pensavo solo a ridere e scherzare con lui, e me ne fregavo della sua vita, del suo dolore.

Tornai a casa, mi colpevolizzavo forse oltremodo e forse ingiustamente, mia madre mi raccontò del padre di Fabio Francesco, di quella morte improvvisa che aveva scosso tutta la piccola comunità della frazione così affettuosa e così legata ai suoi figli ed io non sapevo nulla. Erano passati già alcuni mesi dall’inizio delle medie ed io avevo solo pensato a scherzare, giocare e sfottermi con Fabio Francesco e di quel dolore io non sapevo nulla. Avvertii dentro di me il suo dolore, pensai a mio padre, all’inestimabile valore che aveva nella mia vita, pensai di perderlo e morii solo al pensiero! E Fabio Francesco, il mio amico che mi faceva crepare dalle risate fino a farmi mancare il fiato viveva ogni giorno in quel dolore! E succedeva sempre, ogni qualvolta si parlava dei padri, della famiglia, ogni qual volta un professore involontariamente accennava alla patria potestà, al lavoro , al capofamiglia lui, Fabio Francesco ripeteva quel dolore, perché, semplicemente lo riviveva, si rigettava sul banco, in silenzio e piangeva, con dignità, con compostezza, si nascondeva tra le lunghe braccia e piangeva, sfogava il suo dolore, la sua rabbia perché era ingiusto che quel Dio lassù aveva potuto far accadere una cosa del genere, aveva strappato un padre ai suoi figli lasciandolo senza papà! A fine anno lo bocciarono. Ci separammo, incrociandoci solo per poche volte nei successivi vent’anni.

Poi lo rividi quel giorno alla processione di San Giacomo, mi rammentò quei giorni a scuola, quelle risate e le solite “accuse” bonarie di essere stato io la causa della sua bocciatura in prima media perché ridevamo troppo e ci divertivamo troppo a scapito della scuola, delle lezioni, dei professori. Ma io lo ignorai, perché il mio sguardo si posò sui suoi due splendidi figli ed in particolare sul piccolo Antonio che mi guardava fisso, quasi come mi conoscesse da sempre, quasi aspettasse una mia domanda che puntuale arrivò:

“Dimmi Antonio, com’è questo papà?”

E lui, tenerello: “E’ il più grande papà”.

Ed era vero, perché il piccolo Antonio non lo sapeva che il suo papà, Fabio Francesco aveva sofferto il dolore più grande per un figlio, lì, su quei banchi delle vecchie medie intrisi ancora delle sue lacrime.

Perché il piccolo Antonio, dagli occhietti vispi, non lo sapeva che anche Dio ogni tanto si vuol far perdonare e così, alla nascita, gli aveva dato una spugna magica capace da sola a cancellare il dolore e a cancellare quel “senza” che per anni era stato solo tristezza, amarezza, angoscia.

Gli sorrisi, poi mi rivolsi e me ne andai pacificato nel cuore e nell’animo.

Fabio Francesco, ora, era ….. papà.

©Cristiano Parafioriti

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