Il tempo rinchiuso in una bolla di sapone

Entriamo nel “magico mondo delle fiabe” per piccoli e grandi lettori di Aleksandra Damnjanovic D’Agostino: una nuova rubrica per NoCrime. Iniziamo con il “Il tempo rinchiuso in una bolla di sapone” (dalla raccolta: “I libri si mangiano?”)- vincitrice del secondo posto al Premio letterario: Ponte Magico di Lavena Ponte Tresa, edizione 2014. Disegni: gruppo dei piccoli lettori della Biblioteca Comunale di Cadegliano.


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C’era una volta il tempo rinchiuso in una bolla di sapone. Per essere più precisi, si trattava di un frammento di tempo che, per incanto, è stato rinchiuso in una bolla di sapone. Ma questo già fa parte della storia che sto per raccontarvi.

Io, Cuniberto, di anni ottantacinque, all’epoca ne avevo sette, troppi per giocare con i miei due fratelli mocciosi di due e quattro anni, e pochi per giocare con mio cugino Lodovico, che ne aveva quattordici. Come fa uno a chiamarsi Cuniberto o Lodovico, vi domanderete di sicuro voi che vi chiamate: Bryan, Nicole, Asia o Vivien? Beh, erano altri tempi. Le madri davano il nome ai figli seguendo una nota abitudine familiare: il figlio prendeva sempre il nome del nonno, la figlia quello della nonna e poi: “te lo tieni per tutta la vita”. Mi chiamavano Cuni, e il mio nome mi piaceva. Mia nonna Amalia, dalla quale mi portavano ogni estate, diventò la mia compagna di giochi preferita. La seguivo dappertutto, l’aiutavo nelle faccende di casa, senza che mi pesasse affatto. Quando sei piccolo tutto assume l’aspetto di un gioco, chissà perché da grandi perdiamo quella voglia di giocare. Anche i giorni della settimana scorrevano diversamente, seguendo un ritmo prestabilito che li distingueva uno dall’altro e ti permetteva di tenere il calendario sempre aggiornato nella tua testa. Il lunedì ci alzavamo quasi all’alba e impastavamo il pane per tutta la settimana: le sette pagnotte ben allineate si mettevano a lievitare e poi a cuocere nel forno a legna. Ormai avevo acquisito una tecnica di impasto tutta mia e sognavo di diventare panettiere. Spesso mi toccava sorvegliare la cottura davanti al forno, quasi fino al pranzo, mentre la nonna sbrigava i mestieri di casa. La casa si riempiva con il profumo del pane appena sfornato che penetrava persino negli armadi e faceva da ammorbidente alla biancheria e agli abiti. A seguire: martedì si andava dal macellaio e dal fruttivendolo, mercoledì dal granaio, giovedì dalla signora Gilberta a scambiare le uova con la lana filata, venerdì…Venerdì era il mio giorno preferito. Si andava, nel primo pomeriggio, al lavatoio del paese. Il lavatoio era sistemato vicino alla “grotta dei pipistrelli” dove la sponda del fiume era fatta di rocce grosse e piatte, ma non troppo alte, e la grotta serviva per ripararsi nei giorni di calura estiva. C’era tanta di quell’allegria che la si poteva regalare alle persone tristi e sole. Si chiacchierava, cantava, spettegolava, e tutto questo mentre si insaponavano, sbattevano e sciacquavano i panni. Si usava il sapone fatto in casa ed ognuna delle donne del paese se ne portava un grosso pezzo, che nella mia fantasia infantile somigliavano ai pezzi di burro da spalmare sul pane caldo, sopra le ceste di vimini piene di panni da lavare. Non profumava affatto e non faceva neanche la schiuma, salvo quello della nonna Amalia, che era veramente speciale e io di questo andavo particolarmente fiero. Il sapone di una volta, si faceva con gli avanzi della macellazione di maiale, come cotenna e ossa, acqua e soda caustica. Tutto questo, in proporzioni ben precise, si metteva a bollire finché non diventava come una crema, che ancora calda si versava nello stampo rettangolare d’alluminio e che una volta raffreddata diventava la famosa mattonella di sapone.

La mia nonna, a metà cottura, aggiungeva un ingrediente segreto, che si tramandava da generazioni e generazioni e che faceva sì che il sapone a contatto con l’acqua liberasse una schiuma con migliaia di bollicine. Aiutavo la nonna a strizzare bene le lenzuola: ci mettevamo uno di fronte all’altro con i piedi nel fiume e, attorcigliando il lenzuolo come una salamella, gli facevamo perdere tutta l’acqua spruzzandocela addosso e rinfrescandoci fino a ridere a squarcia gola e ci divertivamo a soffiare sulla schiuma per liberare tutte le bollicine. Sfido chiunque a fare la stessa cosa con una lavatrice, anche se penso che mia nonna sarebbe stata contenta, perché a furia di lavare i panni nell’acqua fredda aveva sempre le mani rosse, gonfie e dolenti. Quanta invidia dalle donne del paese!: “Oh, Amalì, ci dai un po’ del tuo sapone con le bollicine!? Oh, Amalì, ce lo dici come lo fai, mannaggia a te!?”. Mi ricordo benissimo, come se fosse oggi, un venerdì prima della “Madonna delle Grazie”: tutte le donne erano in agitazione, si parlava di dolci e di cose da fare per la festa del paese. All’improvviso, mentre insieme ai miei amici giocavo a chi soffiava la bolla di sapone più grande, una delle mie bolle si allontanò e come per magia iniziò a crescere e a crescere avvolgendo e imprigionando dentro di essa tutto quello che incontrava: lenzuola, mattonelle di sapone, ceste di vimini, il fiume, noi,… tutto. Poi, volò nella grotta dei pipistrelli e rimase lì, come sospesa in aria, con quel frammento di tempo dentro. Nessuno si accorse di niente, soltanto io. Entravo e uscivo dalla grotta incredulo e guardavo quella gigantesca boccia trasparente. Potevo persino sentire la ricetta per la torta alla ricotta della fruttivendola Adelaide. “Eh, Cuni, cosa fai lì da solo nella grotta? Non dare fastidio ai pipistrelli, ti vanno nei cappelli!”, urlava mia nonna. Ma io ero come incantato. Tornai il venerdì successivo e la bolla era ancora lì, e poi tornai ancora e ancora, pure l’estate successiva, e quella era ancora lì. Ormai la bolla faceva parte della grotta, e io intanto crescevo. Passarono gli anni, iniziò la Guerra e non ci mandarono più dalla nonna. La grotta dei pipistrelli veniva usata dai soldati, come nascondiglio, ma anche dalla gente del paese, mi raccontava mio padre. “E la mia bolla?”, mi domandavo ogni tanto. La nonna Amalia morì, i miei vendettero la casa, ma io non mi scordai mai della bolla e della grotta. Ci sono stato ieri, con i miei due nipoti. La grotta dei pipistrelli è diventata un famoso ristorante. Pensate un po’, la bolla era ancora lì, dopo quasi settant’anni. Ho visto mia nonna, ho sentito la sua voce, la mia voce, mi hanno persino spruzzato l’acqua in faccia, quei birichini dei miei amici. “Vedete quella enorme bolla di sapone?”, ho chiesto a Sara e Davide, “Lassù, vicino a quei due pipistrelli, c’è il mio tempo, rinchiuso là dentro. Avevo la vostra età!”. “Nonno, il caldo ti ha dato alla testa… Non vedi che è un televisore a schermo piatto, tridimensionale, e che c’è una partita di calcio? Di pipistrelli, non ce ne sono”.

 ©Aleksandra Damnjanovic

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