DUCEZIO E L’AUTISTA

Novella n° 9


Il nostro campo sportivo era stato intitolato a “Ducezio”.

Ducezio era un mitico condottiero siculo vissuto circa 450 anni prima della venuta di Cristo che aveva sfiorato i libri di storia per essersi opposto con coraggio e forza alla dominazione greca per oltre dieci anni.

Qualche letterato paesano, tratto in inganno dall’assonanza tra il nome del nostro paese e la città fondata dal condottiero sui monti Nebrodi (Kalakte, Calacte o Kale Acte), aveva avanzato la coraggiosa ipotesi che il nostro piccolo borgo fosse realmente l’ ultima dimora del valoroso antenato conterraneo. Non era così, scavi, ritrovamenti di monete dell’epoca e studi più approfonditi, spostarono di qualche decina di chilometri più a ovest la gloria di quell’antico borgo e il paese si dovette accontentare traslando i suoi natali un bel po’ di secoli dopo, forse addirittura durante la dominazione saracena. Ma tant’è , storia o non storia, il nostro stadio continuò a chiamarsi Ducezio e a quel nome ed a quelle mura un po’ tutti eravamo ormai affezionati, era un sogno, il sogno di un passato glorioso che si scontrava con la preoccupazione di un futuro cupo ed incerto, perché dunque toglierci un sogno, una leggenda e poi, come diceva una famosa canzone “la storia siamo noi…nessuno si senta offeso”.

Il Ducezio era in se stesso un calderone di storie, come la nostra, quella di spensierati ragazzi della via Pilieri che lì si sentivano sempre “in casa” anche se lo stadio era di tutti, anche dei ragazzi degli altri quartieri, era di don Peppe che tifava la Mamertina direttamente dal suo balcone senza bisogno di scendere tra i gradini, era di Giacomino che portava l’acqua agli infortunati, era anche lo stadio dei lavori perenni, di don Santo e delle sue deliziose mele, dello spogliatoio inutile, di Ciccio Tudisco e di suo padre, don Calorio che additava gli arbitri sempre con la stessa parola “orbo” (cieco) insomma, il Ducezio, era anch’esso la piazza del paese, si confrontavano idee, si vivevano emozioni e non solo nel giorno della partita.

Ogni tanto, in pieno pomeriggio, dopo pranzo mi stendevo sul letto della mia camera a riposare dopo una lunga mattinata di scuola e capitava di essere catturato sempre dallo stesso rumore che proveniva, appunto dal campo sportivo. Sbam…sbam…..sbam….erano semplici calci ad un pallone, non una partita, non una sfida con le solite urla che si levavano alte, le proteste, le punizioni reclamate o addirittura le risse ma un solo semplice cadenzato…”sbam”. Oramai avevo imparato a riconoscerlo, era l’autista della TAI che, puntualmente, durante la pausa del servizio, si metteva a tirare calci ad un pallone sempre alla stessa porta e sempre alla stessa ora. La TAI era la linea di corriere che collegava il paese a Messina. Oddio, “collegava” è forse un termine improprio visto che andare a Messina con la TAI significava imbarcarsi in una crociata di tre ore ove sopravvivevano solo uomini dallo stomaco forte. L’autista, arrivato in paese, lasciava il pullman al parcheggio e, caricandosi sulle spalle il borsone con il pallone ed il ricambio, saliva fino al campo. Si cambiava, si dava una sciacquata veloce, tanto gli spogliatoi erano sempre aperti, e partiva col suo solito allenamento. Piazzava la palla in diversi punti della lunetta dell’area di rigore e, con fare quasi metodico, si concentrava, prendeva la rincorsa e calciava; poi, dopo il tiro, si fermava tre-quattro secondi a riflettere, quasi a valutare il calcio, l’effetto, la traiettoria. Non aveva la moviola ma ripassava il tiro nella sua mente prima di raccogliere la palla nella rete e di riposizionarla sempre sulla lunetta ma magari qualche metro più in là. E ripeteva il tiro magari cambiando palo, calciando d’esterno piede anziché di collo e dopo l’ennesima esecuzione seguiva sempre lo stesso rituale, si bloccava, pensava, valutava e andava a raccogliere la palla. Ogni tanto, forse intenerito da quell’uomo solo, Peppe Fuà che anche lui abitava vicino alla stadio, andava lì al campo, si metteva in porta e rendeva quell’esercizio dell’autista della TAI meno noioso e più divertente. Ed era cortese quell’uomo, non obbligava nessuno a mettersi in porta ed a cercare di parare le sue bordate e nemmeno a raccogliergli il pallone, era umile, lo faceva lui e non si curava se qualche ragazzino stava seduto a far nulla a bordo campo, chissà che pensava, chissà quale storia si nascondeva dietro quei calci ! A volte scendevo anch’io ed a fine allenamento parlavamo mentre si dava una ripulita e si preparava a tornare in servizio. Raccontava i suoi trascorsi calcistici, la sua mirabolante carriera, boh, chissà se era vero ma io e Peppe Fuà ci credevamo come credevamo magari che Ducezio fosse stato il fondatore del nostro paese, d’altronde cosa ci costava credergli. C’avevano strappato il nostro passato ma lì, al Ducezio tutte le storie erano lecite, vere e reali a prescindere, lì i sogni non ce li toglieva nessuno.

Poi, l’autista della TAI, caricava il borsone dei suoi panni sporchi e delle sue storie e se ne andava ed anche noi tornavamo alle nostre case e nel preciso istante in cui quell’uomo scompariva tra gli anfratti della via Libertà svanivano anche i sogni e le leggende fino all’indomani, quando, dopo pranzo, avvertivamo chiaro quel suono proveniente dal campo sportivo “Ducezio” e l’incantesimo ricominciava di nuovo accompagnato da quello Sbam…sbam…..sbam.

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