LA PARTE DEGLI ANGELI

Novella n° 8


Dicono che esista nel whisky una parte, una porzione che, durante il periodo di barile, evapora risultando fondamentale poi per la buona riuscita dell’intera partita di liquore. La chiamano “la parte degli angeli” come fosse destinata a loro, alla maniera di una preghiera propiziatoria insomma che sale al cielo sotto forma di vapore tanto invisibile quanto importante.

Alessandrino era la “parte degli angeli” del quartiere Pilieri, piccolo, silenzioso, irreprensibile, mansueto. Invisibile. Gli occhi azzurri, quelli si che erano visibili e sprigionavano sincerità e schiettezza anche se era solo un bambino. Non aveva avuto bisogno di un pesante soprannome che lo distinguesse, bastava quel diminutivo che era fatto solo per lui. Stava lì, giocava con noi e non litigava mai, ma non che si facesse mettere i piedi in testa ma anzi aveva dignità da vendere e un carattere tosto e non era nemmeno necessario che si nascondesse dietro le forti spalle del fratello maggiore anzi, quella protezione, quell’aiuto quasi lo rifiutava. E arrossiva, arrossiva spesso quando la gente lo avvicinava, quasi ruffiana, solo per vantarlo. E tornando dalla piazza a volte salivamo a piedi fino ai Pilieri dove l’anziano nonno aveva il Tabacchino, quello con T maiuscola, quello che quando entravi sapeva di trinciato ma anche di caramelle menta che si appiccicavano ai denti e ti bruciavano la gola, di MS, di Nazionali. E Alessandrino venerava quell’anziano progenitore così affettuoso e mi faceva specie come potesse stare li, a fargli compagnia per ore.

Era solo un bambino, poteva stare di più con noi a giocare a pallone, alla lanna o a carte tra le mura del quartiere. E invece no, preferiva magari stare lì, in quella vecchia casa, ad ascoltare quell’uomo nei suoi ultimi anni di vita perché sapeva che quei momenti speciali sarebbero presto evaporati col passare dei giorni, perché sapeva che quella, in quel preciso momento della sua vita, era la parte degli angeli che a breve lo avrebbe lasciato e che era giusto assaporare fino al suo ultimo anelito. Ed era lui uno specchio per noi, uno di cui ci si poteva fidare, perché ti faceva sentire per quello che eri, perché non scadeva mai in inutili confidenze ne in futili amicizie e giocava (e bene) solo con la palla e non con gli amici e nemmeno con i sentimenti.

Eppure anche nelle marachelle era con noi, faceva le nostre stesse cose ma lui non c’era, era invisibile, evaporava, era la parte degli angeli anche là..la porzione buona delle nostre malefatte, ma eravamo noi che cercavamo di trascinarlo, quasi a voler sporcare quel suo essere ma non ci riuscivamo. E mi onorava con la sua vicinanza in ogni nostro fare di quella gioventù, alla banda del paese, alla squadra di pallone e perfino al liceo. E mi confessava alla mattina in quel tragitto a piedi dal bar della colazione fino a scuola e non mi faceva sconti, non usava la nostra amicizia per ammorbidirsi e mi pagava con la moneta della sincerità, uno di quei beni non materiali che non si svalutano col tempo ma che anzi si apprezzano di più acquistando valore e riconoscimento.

E la natura, la vita e persino il cielo, presi d’invidia, cercavano di farlo cadere, di abbatterlo e lo caricavano di dolori immani ed insopportabili per qualsiasi altro di noi, come trovare un padre morto cosi, nel battito di un ciglio, senza motivo, senza un perché, o come quando a calcio, la sua grande passione, fu squalificato a vita solo perché un arbitro, malmenato certamente da altri ma non da lui, scrisse a caso il suo numero otto su di un referto, solo per punirne uno…e toccò a lui o come quando da giovane insegnante come un novello Ulisse venne sballottato con la sua piccola barca per mezza Europa solo per guadagnare un tozzo di pane con un onesto lavoro. E sentivo imbecilli vantarsi di aver conquistato una supplenza a scuola e di aver subito inviato il certificato di malattia fregando lo stato e Alessandrino invece lì, a Reikiavik, già, in Islanda, dove gli uomini vivono per sei mesi al buio ed i bimbi a scuola sono seguiti dallo psicologo, dove a volte quel poco sole viene oscurato dalle eruzioni del vulcano coll’impronunciabile nome da sedici lettere.

E se il destino ineluttabile del quartiere Pilieri era quello di vedere i suoi piccoli figli dispersi in una eterna diaspora con lui ancor più s’accaniva. E lo cercava, la sorte matrigna, tra le insenature di una vita da profugo e da straniero ma lui sfuggiva, sfuggiva sempre perché era fra di noi “la parte degli angeli” quella che si stacca, ed evaporando si disperde e che in ogni giorno di quegli anni ha trasformato così la nostra amicizia in qualcosa di superiore, come un whisky pregiato che s’apprezza nel tempo.

E di quel barile di amici lui era la parte migliore.

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