IL BATTITO ANIMALE

Una delle maledizioni dei social nel nuovo millennio è la pubblicazione indiscriminata e compulsiva delle fotografie di animali, preferibilmente domestici, meglio se gatti. Nessuno vi sfugge, o per affetto o per vanità, e la logica per cui si debba fotografare un soggetto così scontato viene sommersa dall’orgogliosa ostentazione dei proprietari, pari solo a quelle delle mamme di infanti.Cosa può rendere interessante una fotografia che ritrae un animale? Posto che alla base vi sia un intento comunicativo e non semplicemente espositivo, vi sono delle regole che afferiscono alla teoria della percezione: forme tondeggianti, colori nella gamma dei caldi, occhi grandi e orecchie piccole: sono i sovra stimoli che suscitano emozioni come tenerezza e ed empatia nell’osservatore. Ecco spiegata l’alluvione di foto di cuccioli, e di felini in particolare, che rispettano in toto questi canoni; è la ricerca della foto che fa esclamare (e commentare) “che carino” o “Bellissimo” con un profluvio di Like, che ci danno la misura del successo nel nostro tentativo di coinvolgimento emotivo.

L’estetica della bestia

Diverso è l’approccio se si cerca di restituire l’essenza dell’animale o la valenza compositiva che si basa sulla sua forma specifica, sulla valorizzazione dei volumi o dell’aspetto particolare della sua anatomia. Un modo originale per ‘vedere’ l’animale al di fuori del suo rapporto con l’umano, cercando di restituire al soggetto una sua individualità e un suo preciso significato in rapporto alla fotografia e alla fotografia d’arte in particolare.

Las sagoma del cigno è uno degli stereotipi che si incontrano nell’iconografia generale: l’intreccio dei colli in forma di cuore è stato uno degli schemi più stucchevoli in cui si ritraeva questo pennuto, ne fanno fede innumerevoli illustrazioni in biglietti e cartoline di auguri, nei diari e nelle lettere di amorosi corrispondenti in epoche non recenti. Dalla fiaba di Andersen in poi è assurto a simbolo e metafora dell’eleganza, che acquisisce in grazia e maestosità solo quando è in acqua, a dispetto del suo goffo arrancare sulla terra ferma e del suo carattere aggressivo e battagliero, tutt’altro che tenero e socievole.

Ritrarre un cigno è quindi una delle trappole più insidiose che si presentino al fotografo con qualche velleità di sollevarsi sopra l’ovvio: la tentazione di farne la solita immagine romantica, ormai logorata da un uso indiscriminato, è sicuramente fortissima.

Una scultura vivente.

Il bianco e nero di questo scatto concentra la nostra attenzione sul volume del corpo del cigno, sorpreso in uno dei suoi atteggiamenti meno consueti: il lungo collo disegna un angolo impossibile a qualunque altro vertebrato, si attorce sul dorso e ci presenta un insolito primo piano della testa… di schiena.

La forma grafica del disegno del becco e della mascherina nera che si conclude nell’occhio semichiuso sottolineano la diagonale che il collo descrive nel suo gesto intimo di posarsi sotto l’ala, per il sonno. Solo un cigno può offrirci questa rappresentazione del sonno e, con questo, rivelarci un aspetto autenticamente spontaneo e proprio dell’animale “in sé”: ossa e piume composte in forma di cigno.

Possiamo solo immaginare la leggerezza di quelle piume, mentre godiamo il candore del dorso a contrasto con la cupa oscurità delle acque e della riva sottostante, l’assoluta immobilità di questa figura, biancheggiante nel crepuscolo.

“Raccontami il segreto del tuo bianco dormire… “

Segreto che non ci appartiene, ma che intuiamo in questo ritratto che restituisce all’animale la sua purezza primigenia, come prima della presenza dell’uomo nel giardino dell’Eden.

I versi sono di Thierry Chinotti

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