MAFIA

Novella n° 6


Il mio paese era in Sicilia. E lì, in località Rafa, sul docile monte indorato di pini che dominava la vallata, aveva un suo “complesso sportivo”. C’era una piscina senz’acqua e in disuso che il tempo stava lentamente smattonellando, c’era una serie di spogliatoi inutili lasciati all’incuria degli “uomini”, c’era un vecchio campo da basket “pavimentato” con una gettata di catrame nero simile alla carta vetrata e c’era pure una palestra (così dicevano), più simile in realtà ad un cassone di cemento armato posto assurdamente lassù in cima a tutto, sferzato dal vento, di cui ricordo ancora la palese bruttezza e l’aforismo impresso sul muro con lo spray rosso da qualche “filosofo” ben educato che recitava: “Non si può insegnare un nuovo motivo ad un vecchio maestro”. Beh, i modi non erano stati forse dei più ortodossi, ma quella frase era, in pratica, l’unica cosa sensata presente lassù.

Poi un giorno si cercò di cambiare, di valorizzare quel luogo, venne sistemata e messa in uso la piscina, venne ripavimentata tutta la zona, si crearono recinzioni e nuovi impianti ma vennero riproposte le solite assurdità, il campo di basket in catrame divenne un campo di pallavolo in cemento, quella che doveva essere una pista di pattinaggio (sic!) divenne un campo di calcetto a mattonelle, la palestra inutile restò una palestra inutile, fu coperto tutto con un avveniristico tendone che volò via alla prima folata di vento e fu riscoperto tutto di nuovo. Vicino alla inutile palestra la zona venne riqualificata con due campetti da tennis in cemento. Erano regolamentari con la superficie dura ma accettabile, insomma avevano tutto per essere un buon viatico per chi era amante di questo sport, peccato solo che mancasse la rete. Già la rete non c’era, c’erano i paletti, c’era il mulinello per tenere in tensione il nastro, ma la rete non c’era. D’altronde “non si può insegnare un nuovo motivo ad un vecchio maestro” era l’unica cosa sensata lassù.

Ma arrivata l’estate e finiti i campionati giovanili di calcio, il tennis era il nostro passatempo preferito e quindi decidemmo di organizzarci in qualche modo per risolvere il problema della rete, prima con un filo di lana, poi con un gomitolo, infine con dei sacchi di patate attaccati uno dietro l’altro ma il problema rimaneva, era come giocare a calcio senza porte. Decidemmo dunque di andare in comune a chiedere aiuto.

Il nostro municipio era una specie di paradiso dantesco, più in alto si saliva e più importante era la persona interessata. “L’uomo del comune” che si occupava di queste cose alloggiava appunto al primo piano e noi avremmo dovuto disturbarlo per una rete da tennis, questo già di per se era un problema ed infatti le prime due-tre volte non ottenemmo risposta, nel senso che l’uomo del comune non c’era, era impegnato, aveva “da fare”. Poi lo trovammo, ci parlò sulle scale senza nemmeno voltarsi e ci congedò col solito: “Vediamo che posso fare”. Non fece nulla per il primo mese poi un pomeriggio apparve la rete! L’avevano messa in mattinata, all’improvviso, i beninformati dissero che qualcuno aveva fatto arrivare la voce in qualche ufficio del primo piano, l’anno successivo ci sarebbero state le elezioni….sai com’è…

Poco male, ora potevamo giocare anche noi, passavamo interi pomeriggi su quei campetti che sembravano allungarsi all’infinito fino ad abbracciare il mare e le Eolie da una parte ed i monti verso l’Etna dall’altra, riempivamo la nostra borraccia d’acqua fresca alla gebbia “nuova” dei Pilieri e salivamo fino a Rafa sperando che quell’unico campetto con la rete non fosse occupato da altri. Le partite finivano cinque minuti prima del buio perché dovevamo calcolare la residua luce del giorno che ci serviva a recuperare le palline che avevamo lanciato verso il dirupo irto di spini e di sassi che scendeva fino alle case dei Misirri, noi infatti non avevamo secchi pieni di palline come a Wimbledon ma avevamo sempre le stesse tre-quattro Dunlop ognuna con un rimbalzo diverso e ce le dovevamo far bastare, perderle sarebbe stata una vera e propria iattura!

Un giorno però la rete sparì, erano sembrate troppo belle quelle mezze giornate di divertimento, la rete non c’era più. Non pareva vero. Chi l’aveva presa? Ma, soprattutto, perché? Al paese non c’erano altri campetti, nei paesi vicini nemmeno, campi privati nemmeno a parlarne…Boh, nessun apparente motivo, nessuna logica spiegazione, solo sgomento per quello che era successo! Giocammo a vuoto per quel pomeriggio, poi con Totò e la sua Red Rose girammo un po’ vicino al campetto, su per la pineta, intorno al pizzo di Rafa, “magari sarà stato uno stupido scherzo o qualche bravata” pensammo ma nulla, della rete nemmeno l’ombra. Nei giorni a seguire tornammo mestamente alle solite povere abitudini.

Poi una sera, mentre suonavamo in banda durante l’estenuante processione della vigilia di San Basilio, lungo la strada che da Galini portava ai Misirri fummo colpiti da una sconcertante visione! Lassù in punto dove il dirupo si addolciva un po’ a metà tra la sommità di Rafa e le prime case dei Misirri la “nostra” rete da tennis era sistemata in bella vista a fare da recinto. Sì, era stata “trasformata” in una specie di piccola recinzione quadrata che serviva per rinchiudere delle galline, un pollaio in sostanza! C’era Totò, c’era Sandro, c’eravamo tutti insomma, ci guardammo negli occhi per pochi secondi e la scena fu subito chiara, il fenomeno di turno era arrivato fino ai campetti magari inseguendo un pollo fuggiasco, aveva notato la rete da tennis, sola soletta nel campo e, con un colpo di genio, aveva pensato bene di trafugarla dalla sua naturale collocazione e riposizionarla una cinquantina di metri più a valle trasformandola in un recinto. Semplice. Non si era fatto nessuna domanda, non si era posto nessun problema, si era sentito il padrone del mondo in quel momento ed aveva agito da dominus infischiandone del senso civico, del prossimo, di tutti insomma. Ma il peggio doveva ancora accadere!

Decisi di andare dunque a rivelare il misfatto all’uomo del comune e, dopo qualche giorno di anticamera, concluse di ascoltarmi, rimase in silenzio per qualche minuto poi mi rispose scocciato:

“E che colpa ne ho io se vi siete fatti fottere la rete?”

Ed io: “E che potevamo fare la guardia notturna?! E comunque ora è chiaro chi l’ha presa, la rete è la, nessuno da la colpa a lei ma mandate qualcuno a riprenderla…”

“ Andateci voi…..” mi rispose sempre più infastidito.

“ Ma la rete è del comune, è un bene di tutti…è giusto mandare i vigili…mandare…”

“Senti gioia, non è che posso andare a litigare con le persone” mi interruppe bruscamente ”e poi ….non abbiamo tempo da perdere con ragazzini di quindici anni per queste minchiate, qui si lavora!”

Mi congedò quasi sbattendomi la porta in faccia ma mi bastarono pochi giorni per comprendere tutto il misfatto. Il nuovo “padrone” della rete era un pastore, aveva quattro figli, una decina di nipoti, tre fratelli e una sorella, portava voti, tanti voti, e poi regalava provole, ricotte ed aveva pure un fucile. Non servivano altre spiegazioni e sentendoci impotenti davanti a tanta ingiustizia ed indifferenza, decidemmo di risolvere la questione comprando una rete tutta nostra. Versammo dunque una quota di diciassettemila e cinquecento lire a testa ed acquistammo la rete impegnandoci affinché fosse custodia con cura dopo ogni utilizzo.

Qualche tempo dopo, l’uomo del comune salì a Rafa, senti i colpi di pallina provenienti dai campetti da tennis e, incuriosito, arrivò da noi.

“ Ah bravi, vi siete fatti ridare la rete…avete fatto bene!”.

“ No” risposi “la rete del comune è ancora là a custodire le galline, questa l’abbiamo comprata noi con i nostri soldi…”

E l’uomo del comune…:“Si, ma secondo me….”

“Senta…” lo interruppi bruscamente ”….qui non abbiamo tempo da perdere per queste minchiate, qui si gioca, la partita è tesa e lei ci sta distraendo!” ed infatti mi aveva fatto perdere anche il punto. Se ne andò imprecando ed io persi la partita.

Qualche anno dopo decisi di lasciare l’università e di arruolarmi nella Guardia di Finanza. Fu una scelta di fame più che una scelta di passione eppure quella storia della rete mi aveva segnato e, in un certo senso, mi aveva spinto in modo decisivo a fare quel passo. Mi destinarono in servizio millesettecento chilometri più a Nord, poco male, indossare una divisa richiedeva anche accettare gli ordini superiori ma pian piano ripresi comunque i miei studi umanistici e riuscii a realizzare il mio sogno giovanile conseguendo una laurea in scienze storiche con il massimo dei voti. Guardavo spesso quella bella pergamena, avrei tanto voluto fare l’insegnante ma ormai la mia strada era segnata.

Poi, un giorno, in ragione dei miei studi e del mio lavoro, mi chiesero di tenere un seminario alle scuole medie sulla Costituzione Italiana e, volente o nolente il discorso si rivolse al senso civico, alla salvaguardia dei diritti inalienabili dell’uomo ed ai doveri del buon cittadino. Mi chiesero ovviamente, in quanto siciliano, della mia terra, dei suoi mali, delle bombe, delle stragi, della malavita ed infine, una piccola intrepida ed intraprendente ragazzina prese coraggio e mi chiese:

“Che cos’è la mafia?”

Pensai un attimo, abbassai gli occhi e poi cominciai:

“Il mio paese era in Sicilia. E lì, in località Rafa, sul docile monte indorato di pini che dominava la vallata, aveva un suo “complesso sportivo”. C’era una piscina senz’acqua…..”.

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