IL CICALO INNAMORATO

Novella n°5


La parte nuova del quartiere Pilieri si arrampicava verso Rafa, lentamente, dopo aver ormai abbracciato di case il campo sportivo. Era tutto un po’ “nuovo”, case relativamente giovani, la “putìa nuova”, la “gebbia nuova”, l’asilo costruito con i soldi della Cassa Rurale per il Mezzogiorno relativamente nuovo ma divenuto vecchio in fretta. In estate era tutto un ribollire di vespe, di Ciao, di Sì, di biciclette, di panini con la mortadella, di gazzose Ciappazzi, di litigate, di bestemmie, di risate. Ci ammazzavamo di caldo, forse inconsciamente consapevoli del freddo e gelido futuro, ne approfittavamo per abbuffarci di afa, di polvere, di acqua fresca della gebbia che rifocillava le nostre membra stanche dopo una estenuante partita di calcio all’ultimo sangue. Io avevo la fortuna di vivere in mezzo a tutto questo. La mia casa era posta lì, da sola, al numero tre della via Risorgimento a metà strada fra la putìa nuova e la gebbia nuova, proprio di fronte al campo sportivo, proprio di fronte al mare ed alle isole Eolie.

Poi una sera arrivo una scomoda vicina. Si trasferì dalla campagna al numero tre e mezzo della via Risorgimento e le notti di quell’estate divennero sempre più fastidiose. Era una cicala. In realtà, dal baccano che faceva capii subito che era un maschio in calore che cercava una femmina per potersi sollazzare un po’. Ma evidentemente non ci riusciva , o perché aveva scelto un posto sbagliato dove appartarsi o perché nessuna lo voleva quel cicalo. Fatto sta che tutte le notti friniva senza pausa, non mollava nemmeno un colpo e non mi faceva dormire. Mi decisi di scacciarlo e così mi avventurai con una scopa tra i rovi e le ortiche del numero tre e mezzo della via Risorgimento e cercai di captare quell’importuno suono al fine di potermi avvicinare all’insetto ma nulla. Il suono era fortissimo e veniva proprio da lì, da qualcosa che era davanti a me, ad un palmo del mio naso ma non riuscivo proprio a vedere nulla, si nascondeva bene quell’infame insetto!. Ero certo che il cicalo si stesse prendendo beffe di me e allora iniziai a tirare colpi di scopa all’impazzata tra i sassi, tra i rovi e le ortiche ma fra le setole rimasero impigliati un millepiedi, due scarafaggi, uno sbimmico e mezzo grillo verde ma del cicalo nemmeno l’ombra mentre sulle mie gambe martoriate dalle ortiche e dai rovi rimasero indelebili i segni di quella sciagurata quanto vana battaglia. La sera poi, quando andavo a passeggiare a Salicaria, altre cicale cantavano ma non mi davano fastidio, lì , a Salicaria, erano nel loro mondo, nel loro paese e fra cicale, lucciole e grilli anche il mio cicalo non si sarebbe sentito solo e magari avrebbe anche trovato la tanto desiderata sposa. Ma nulla, lui non ne voleva sapere di lasciare la sua casa del numero tre e mezzo della via Risorgimento. Poi piano piano iniziai un po’ a comprenderlo, non diventammo mai veri amici ma lo rispettavo. Magari aveva già una bella età, si vergognava a fare lo zitellone in mezzo agli altri e se ne stava là a cantare e ad aspettare che qualcuna si avvicinasse per poi iniziare a corteggiarla, c’era meno concorrenza al numero tre e mezzo della via Risorgimento, come dargli torto!. E poi una sera non lo sentii più, forse finalmente il cicalo aveva trovato l’amore della sua vita, la sua testardaggine, la sua passione, il suo coraggio erano stati premiati, non si era arreso, aveva rischiato, era venuto ad abitare in mezzo agli uomini ed ora era finalmente tornato a Salicaria, insieme alla sua bella cicala, felice di presentarla ai suoi vecchi amici che non credevano ai loro tre occhi. E da allora in poi, quando a sera andavo a Salicaria, sapevo che lui era là e che certamente mi aveva perdonato per quella volta che avevo cercato in tutti i modi di scacciarlo.

E forse anch’io ero un po’ triste che se ne fosse andato, perché ora, dal numero tre e mezzo della via Risorgimento non mi chiamava più nessuno, saliva solo un tenue odore di lavanda. E tanto silenzio.

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