Nulla a che fare con il paradiso

Ho avuto il privilegio, lo dico sinceramente, di leggere in anteprima questo libro. Poi l’autore, un vero caro amico, ha avuto l’idea di chiedermi di scrivere qualcosa.
Ho voluto essere sincero e poco di parte. Ciò che segue è realmente ciò che scriverei di Giuseppe Castorina anche se non lo conoscessi. E siccome lo conosco e penso realmene che lui sia la voce più artistica e bella, sincera e serena della Riposto contemporanea invito alla lettura di questo libro quanti cercano, nel vasto mare inquinato dalla cattiva scrittura autoreferenziale, un briciolo di umanità.

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INTRODUZIONE

Montale utilizzò parole ferme e lapidarie sulla poetica delle “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano. Disse che “Guido” fu di certo il più artista del suo tempo. Diremmo che le epoche di passaggio sono sempre contrastate e figlie di marosi terribili che, divelto il passato lasciano poca immaginazione circa un florido futuro fatto di certezze ineluttabili. Montale, ancora durante la sua contemporaneità, parlerà di ciò che non si è, ciò che non si può. Ma l’epoca di passaggio è anche contemporaneità e nel suo turbinio di incertezze ha la certezza dell’ora e dell’adesso.
Nello stile misto di una buona letteratura Giuseppe Castorina è artista, tra i suoi simili il più artista.
Certo bisogna dire che lo stile è vario, poco centrato e classificabile ma se volessimo inchiodarlo, per meglio dipingerlo a parole, dovremmo dire che il racconto storico autobiografico è quello che meglio si accosta all’opera che seguirà.
Il racconto, genere privilegiato ed amato da chi scrive, può permettersi la chiosa temporale del breve lasso di tempo dello svolgimento di fatti con connotazioni che possono abbandonarsi al comico, al sagace, all’accattivante.
E questo è il mondo di Castorina, un mondo “di tutti” poichè tutti possediamo un passato di cose belle perchè lontane ed illuminate dall’aureo dell’infanzia dolce e serena. Anche solo un misero ricordo ce lo portiamo dentro e lì tutti ci ritroviamo, tutti siamo fratelli che si appoggiano sulle punte dei piedi per scrutare il futuro di noi grandi e diversi.
L’autobiografia sta nella verità dei fatti, nel voler rimarcare l’appartenenza a se stessi ed a un contesto vivido e parlante, seppur fiocamente da un lontano ed amato passato che fu. L’autobiografia è l’espediente del narratore che si rivela ottimo e penetrante osservatore delle cose della vita, di quelle cose della vita che inspiegabilmente ti segnano e segnano la tua arte in divenire. Scrivere è un non morire al tempo che passa, sopravvivere ai fiotti di oblio di un oggi stralunato e privo di significante. Si era più veri quando noi piccolini vedavamo grande grande il mondo per poi, da grandi, vederlo miserevolmente piccolo e rabberciato. E l’autobiografia è il narrarsi sapendo che si ha qualcosa da narrare che vale la pena d’essere narrato.
E l’elemento storico chiude la descrizione dello stile di Castorina.
Ogni riga è contributo alla storia dei luoghi di cui narra. Ogni persona raccontata, anche quella senza identità, vive e vivrà per sempre nei luoghi dove è stata collocata e dove gli è stato dato fiato e anima, corpo e tono. Questo, potente strumento dell’arte, fa la penna di uno scrittore di gusto e valore: dare anima e voce ad elementi della natura caduchi e privi di vita, effimeri e minacciati a scomparire coi ricordi dell’autore.
Noi dobbiamo volere bene a chi ce ne vuole e il buon scrittore che ci apre il suo mondo di carta e penna, come uno sguardo caro nel proprio seno, ce ne vuole molto.
Castorina è la voce più autentica e schietta della Riposto di ieri e oggi, la più artistica perchè amante della natura ed imitatore appassionato d’essa. Perchè parlare delle marachelle e suggestioni dell’infanzia può essere piacevole pur non essendo arte, perchè il proprio nome può non essere altisonante ed accattivante. Ma l’arte quando vera ricopre tutto e mette pace fra tutti gli spiriti acidi e riottosi, mettendo miele nei loro cuori e animi aridi. Ed i racconti di Castorina sono praline di serenità e pace, come una finestra sulla nostra età più bella. E ci assolvono dal nostro peccato più grande: l’egocentrismo smodato, l’adulazione di sé come culto, l’oblio delle nostre radici. È pane per tutti, insomma. Ma tutti, in effetti, abbiamo i denti per mangiare di questo pane?

Marco Strano

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