LA LUNA A S. BASILIO

Novella n°4


San Basilio era una frazione del paese o forse, in realtà, non lo era.

Se frazione vuol dire letteralmente “parte di un intero” beh, allora S. Basilio era un’altra cosa, come se fosse la luna rispetto alla terra; era qualcosa di diverso, fatto di gente diversa, al paese legato solo dal vincolo dell’orbita e della gravità.

Questa gretta ed abietta idea era la base assurda su cui poggiavano molti ragionamenti volti a dimostrare quasi con pretesa scientifica, la pseudo-superiorità del paese e della sua gente ariana, una superiorità culturale, intellettuale, morale, noi eravamo quelli del paese, del grande Paese, nulla a che vedere dunque con i “peones” rozzi ed ignoranti di quell’ammasso di case al di là della montagna.

Ad onor del vero c’è da dire che S. Basilio aveva di certo una altissima percentuale di matrimoni endogamici e cioè erano tante le coppie ove entrambi i coniugi erano di S. Basilio e così i casi di mescolanza erano pochi …sposarsi con una donna di S. Basilio…Oddio!!! Che eresia sarebbe stata!!! Chissà quali mostruosi frutti avrebbe generato questa malsana unione!

Ebbene io ero, per l’appunto, un frutto di questa eresia. Mia madre mi aveva trasmesso il sangue impuro della frazione, i miei nonni, i miei zii ed i miei cugini la abitavano, in pratica, una frazione di me era della frazione!

Quindi andavo spesso in quel posto strano, alieno, così diverso dal paese, dunque spesso mi capitava di andare sulla “Luna”.

La navicella spaziale partiva dalla via Pilieri del quartiere Pilieri del paese ed atterrava sulla via S. Basilio di S. Basilio, ma ecco che, arrivato là, rimanevo puntualmente sorpreso…quasi di stucco!

Raccontavano che sulla Luna non c’era acqua, non c’erano piante dunque, né fiori, né laghi, né fiumi, né era possibile ammirare verdi valli, né sentire il cinguettio degli uccelli o l’odore della primavera ma, invece, sulla “Luna di S. Basilio” tutte queste cose c’erano, anzi, erano forse più belle di quelle del paese, più rigogliose le piante, più colorati e profumati i fiori! Dunque, cosa raccontavano nel Grande Paese?

Seduto sul terrazzo dei miei nonni che aveva la fortuna di affacciarsi sulla vallata mi immergevo in quel microcosmo e, in silenzio, ascoltavo le voci di San Basilio: la zia Maria Cicca che puntualmente perdeva la sua chioccia, i passi lenti e cadenzati del mulo di mio nonno di ritorno dalla campagna, il puntuale tocco del campanile, lo scorrere adagio del fiume laggiù, la voce roca ma decisa della “Za Concettina del bar”, donna umile e forte allo stesso tempo e il martello di mio padre piegato sul suo lavoro poco più giù, vicino alla chiesa.

La gente poi, tutta la gente, era veramente aliena, strana, quasi senza conoscerti ti riempiva d’affetto e di generosità, era sincera e laboriosa forgiata dal sudore viveva solo di qualche sussidio e del proprio lavoro ma allo stesso tempo, non si abbatteva e non si lasciava sopraffare dalle difficoltà e manteneva la testa alta e lo sguardo fiero ed ambizioso, intrisa nel cuore di uno spirito che a noi non-alieni del paese mancava.

Basilio viveva inoltre della e per la devozione all’omonimo Santo, il grande vescovo confessore e Dottore della Chiesa capace di convertire popoli barbari, selvaggi e pagani.

Sommerso dall’amore della sua piccola frazione era tempestato da richieste di grazia e per questo l’estenuante processione d’agosto si dipanava per ogni via ed ogni calle della vallata senza tralasciare nessuna casetta perché il Santo era di tutti ed era giusto che tutti avessero la possibilità di ammirare il suo volto pallido forse ma quieto e rassicurante come solo quello di un Santo poteva essere.

Era quella inoltre la frazione degli “Zu”. Quando i capelli cominciavano a volgere al canuto si diventava appunto “zu” sillaba semplice che non indicava semplicemente la parola “zio” ma era molto più simile ad un “venerabile” ossia persona che alla frazione aveva dato tanto e che meritava rispetto ed ossequio. C’erano anche momenti esoterici, quasi tribali come le serate di balli fatte qua e là dove ci si incontrava e ci si conosceva, c’erano le vecchie santone che “misuravano” il malocchio, c’erano le notti del “lupunario”….

L’odore della sera sammasilara poi era unico. Intriso di mietitura, di mosto e di vendemmia, di pane caldo fatto in casa, di fichi d’India, di frumento e fieno, di valate, di pignolata , di finocchio, di ginestra, beh quell’odore permeava l’anima tramutandosi in una indimenticabile sinfonia di sensazioni che si stampava fra le righe del pentagramma del cuore, indimenticabile! Paradossalmente però, l’immagine più memorabile di S. Basilio sorgeva al tramonto del sole ed era, proprio la Luna, la Luna vera!

Grande, bella, luminosa, era una casta diva che inargentava le case, gli alberi e la vallata e…sorrideva.

In estate si stampava là fra i vigneti del Bianco e le macchie della Serra dei Ladri e rimaneva fissa a guardarti…immobile…eterea.

Come una Gioconda la luna di San Basilio era dunque stupenda, magnetica fino all’estremo, forse per questo le ragazze di San Basilio erano così belle, guardavano la loro luna e in lei si specchiavano.

Scoprii dunque che quello che si diceva nel Grande Paese era vero S. Basilio era come la Luna. Come la sua luna dava luce alla terra nelle sere buie così, S. Basilio per il paese non poteva che essere luce nei momenti bui, perché quelle case adagiate sulla vallata, quella gente laboriosa e vivace erano parte integrante della vita del paese, non una cosa a sé ma parte di un intero.

E così, di ritorno dal mio viaggio spaziale tra gli alieni di San Basilio, dentro di me si rafforzava quell’idea forte e chiara che per molti era ancora tabù, ignoranza, pochezza d’animo: noi, quelli del paese, saremmo stati certamente un popolo oscuro e triste senza il calore e la luce della “Luna di S.Basilio”, dei cuori di S.Basilio.

A tutti i parenti ed amici ed alla mia mamma..l’alieno (per me) più bello della Luna di S.Basilio.

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