IL SANTO SOLO

Novella n°3


La casa del mastro Papotto era bella.

Aveva la facciata rosa, un bel portone, un’arcata in pietra arenaria ed un piccolo “mistero” con una semplicissima statuetta di San Francesco (il mastro, appunto, si chiamava Francesco) a proteggere quell’edificio ed i suoi abitanti. Peccato però che il mastro Papotto e sua moglie erano morti da tempo e quel santo era rimasto lì senza più nessuno da accudire. Fra i ragazzi del quartiere Pilieri io ero l’addetto alle cose sacre, quindi ogni tanto mi toccava la preghierina di rito con la comare Francisca che era una vera e propria icona di fede, qualche altra volta ascoltavo le vicende di Padre Pio dalla bocca della signorina Concetta ed altre volte mi toccava organizzare la processione per il quartiere. Costruivamo una piccola vara con delle tavole, raccattavamo un blocco di legno dove inchiodavamo l’immaginetta di qualche santo e lo portavamo in giro dondolando per la via Pilieri tra l’orologio e la salita di Ture Talpa. Cantavamo le marce della banda, innalzavamo le nostre richieste di grazia e, cosa più importante, raccoglievamo le offerte passando tra le case della gente. Sfruttavamo i santi per guadagnare qualche mille lire da dividerci insomma ma eravamo bambini, i santi lo sapevano, le signore del quartiere anche e quindi, amen, andava tutto ad maiorem Dei gloriam. Eppure per imitare bene le nostre pompose processioni, quelle vere, quel blocco di legno con una immaginetta appiccicata non mi soddisfaceva, o forse, in realtà il mio pensiero era già da tempo fissato su quel santo solo della casa del mastro Papotto. Pensai dunque di risolvere due problemi in un colpo solo, raccolsi un cippo di legno lasciato fuori da una porta a mo’ di sedile, mi portai sotto il piccolo mistero e mi arrampicai a lenire la solitudine di san Francesco. Raccolsi la statuina ed era fatta! Ora bastava solo farle una bella vara e finalmente la processione dei ragazzi del quartiere Pilieri aveva anch’essa un santo, un piccolo santo di legno a posto di quella immaginetta sgualcita e, inoltre con i cinque/sei “Ciccio” che abitavano il nostro quartiere chissà quante offerte avremmo racimolato!

Eppure quando giunse tra le mie mani mi sembrò come se san Francesco avesse perso il sorriso, lo fissai bene, prima, nella sua solita collocazione mi pareva che avesse un umore migliore, più tranquillo, più beato, adesso, tra le mie mani si era quasi intristito. Che fosse solo una mia impressione? O forse ero io che non ero molto convinto del mio gesto? C’era un solo modo per capirlo. Andai da mio padre, al suo banchetto da lavoro e timidamente mostrai la statuetta che avevo nascosto sotto il giubbotto. Non ebbi nemmeno il tempo di spiegare le mie intenzioni che, senza guardarmi negli occhi, mio padre mi fulminò. Non era necessario aggiungere altro, in maniera altrettanto fulminea il “mio” san Francesco tornò al suo posto, nella sua beata solitudine, assiso nel mistero di quella casa. D’altronde cosa potevo aspettarmi? Il mastro Papotto era stato il mastro di mio padre fin dalla sua infanzia, non aveva figli e quindi quel piccolo ragazzino della via Pilieri l’aveva cresciuto nella sua bottega come e più d’un figlio. Ora, anche se il mastro non c’era più, quella casa, che mio padre stesso aveva aiutato a costruire con un po’ di manovalanza, era come un santuario e nulla poteva essere asportato, figuriamoci il santo. E niente, non ci fu verso, capivo subito quando la cosa non era posta nemmeno in discussione, quando non c’era possibilità di dialogo e questa era una di quelle volte.

San Francesco tornò a sorridere all’interno del suo mistero ed anche se il rosa della facciata a poco a poco sbiadì, il santo non perse il suo buonumore. Che strano pensai, alla fine a noi “serviva” solo per un paio di processioni e poi, magari l’avremmo rimesso al suo posto, d’altronde anche con i santi della chiesa si faceva cosi, si portavano in giro per la festa e poi si ricollocavano nella loro cappella, invece quel san Francesco preferiva rimanere lì, solo e schivo, senza feste, senza pompose processioni, cullandosi nella sua umiltà, dopotutto il poverello d’Assisi era stato ed aveva vissuto realmente così. Ogni tanto dunque, quando scendevo per la piazza e mi accorgevo che il vento aveva rovesciato la statuetta all’indietro, mi premuravo subito di raddrizzarla, che potevo fare, dovevo in qualche modo farmi perdonare per quel gesto, e il santo mi sfotteva col suo sorrisino beffardo ed allargava le braccia quasi a dirmi:

“Che ci vuoi fare, siamo stati uomini e come gli uomini ognuno è fatto a modo suo! Ho colleghi che amano le feste, le sagre, le processioni, le ubriacature, le corse di tori, i salti ed perfino farsi assalire dai serpenti , io invece vorrei rimanere qua, umile, semplice e solo.”

e….Amen.

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