SCIONTO UN PO’ COSÌ

Novella N°2


Ture Scionto era un po’ così.

Aveva due occhioni neri, un casco di capelli neri anch’essi, il mento pronunciato, delle grandi orecchie ed una fedele tuta rossa ma era comunque un po’ così. Ci eravamo conosciuti alle elementari, eravamo compagni di classe e di giochi, anzi di gioco, poiché all’epoca esisteva solo la palla, non un pallone serio, in cuoio ma la palla Supersantos di quelle che strambavano, che si scoppiavano subito, che sembravano leggère ma che se ti beccavano in faccia facevano comunque male. Avevamo anche una cugina in comune ma per di più avevamo alchimia, ci volevamo bene insomma. Era uno di quei sentimenti d’amicizia che nascono tra i banchi di scuola e poi si coltivano con due tiri ad un pallone, con qualche minchiata detta e fatta qua e là, con qualche litigata calcistica del lunedì e poi tutto era nato un po’ così. Era buono, Ture Scionto, non aveva grilli per la testa, non faceva ne voleva fare il professore, non voleva arrivare sulla luna, non voleva vincere un Nobel, non studiava, perché Ture Scionto voleva semplicemente imparare a volare. Forse perché affacciandosi dal balcone di casa veniva ispirato a librarsi nell’aria dall’immensa vallata che portava laggiù verso il borgo di Longi, forse per il vento che per molti giorni l’anno ululava freddo dal mare frustando la sua casa ma era questo il suo sogno, voleva volare. Ma avevamo solo una palla e poco più, a volte nemmeno quella ed allora Ture Scionto divenne un portiere. Non un portiere di quelli da una stagione ma portiere per una vita, uno che parava non solo palloni ma anche preoccupazioni, tristezze, bisogni. Era simpatico, spensierato e non si rattristava mai. Oddio in vero, qualche volta tra i banchi di scuola capitava che divenisse oggetto di sonanti rimproveri perché molto spesso volava via anche con la testa quando c’era invece da stare con i piedi sotto il banco e gli occhi e la mente sui libri ed allora accadeva che il suo carnoso labbro inferiore divenisse ancora più pronunciato, lo inarcava in modo quasi innaturale, si ammurrava, qualche lacrimuccia solcava le gote rosee, era triste, un po’ tutti allora lo eravamo ma poi quell’attimo passava perché lui, Ture Scionto, era nato per l’allegria e fors’anche per questo era un po’così. Stavamo spesso insieme, la mattina in classe, pomeriggio andavamo a castagne verso la pineta del monte Rafa e poi fino a tardi giocavamo a pallone, quasi sempre. Veniva a casa mia ad ogni ora del giorno e della notte, salivamo all’ultimo piano disegnavamo col gesso due porte sulle pareti in mattoni e tiravamo da lato a lato facendo quasi tremare le mura e così trascorrevamo interi pomeriggi. Poi a sera io studiavo qualcosina per l’indomani lui invece no. Giocava ancora, scalciava il povero gatto di Cola ‘Gnazio, faceva disperare sua mamma, saltava dai tetti, tutte cose un po’ così.

Un giorno mio padre partì. Lo faceva ogni tanto. Andava a fare le cure termali. Io ero un bambino ed i bambini, si sa, hanno sempre un loro personalissimo concetto del bene e del male, di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Così ritenevo un po’ sbagliato che mi lasciasse per quindici giorni ma sapevo che lo faceva per la sua salute, per quei maledetti reumatismi che lo tormentavano ed allora forse era giusto così. Andava via col treno, lontano, a Salsomaggiore Terme, a San Giuliano, a Viterbo e ci sentivamo ogni tanto per telefono ma siccome noi il telefono non ce l’avevamo andavamo a San Basilio, dalla Biagina e aspettavamo il fatidico squillo. Quanto mi sembrava strano sentirlo attraverso quell’aggeggio e non sentire addosso il suo profumo!. Quella volta, cercando di rendere meno amaro il sapore di quei giorni senza di lui mi disse che sarebbe andato ad Acireale che era in Sicilia, ma per me, in realtà non cambiava nulla, non avrei sentito il rumore del martello che batteva la suola delle scarpe e che rimbombava nel vecchio quartiere, non avrei avuto l’ovetto Kinder al ritorno dalla piazza, e poi quell’odore buono di dopobarba che profumava la casa…erano cose che mi sarebbero terribilmente mancate. Cercavo di allontanare dalla mia mente quel pensiero che mi rattristava ma poi il giorno della partenza arrivò puntuale, avevo notavo le valigie che mia madre aveva preparato quasi di nascosto perché forse anche lei non voleva turbarmi più di tanto, mi salutò, stringendomi in un abbraccio che volevo non finisse mai e scomparì in fondo alla strada. Trattenni il respiro per cercare di frenare le lacrime, presi il pallone dalla cantina e decisi di sfogare la mia rabbia contro una porta vuota. Il campo sportivo era là a due passi ed era logico che tante cose mi riportassero con la mente e con il cuore a mio padre come la scritta sul muro “Il nostro motto è vincere” e quella parola “motto” che lui mi aveva diligentemente spiegato, le isole Eolie laggiù e le leggende che mi raccontava e le sere passate a farci qualche tiro. Così, poco prima di entrare in campo, mi sedetti sugli spalti deserti, fissai l’orizzonte, segnai con gli occhi il profilo dei monti sopra Longi fino al mare laggiù e…piansi come un bambino. Ero un bambino. Mi ridestai dopo qualche minuto asciugai le lacrime e tirai dagli spalti la palla nel campo, potevo ora sfogarmi con i piedi ma ecco che dalla campagna di don Santo attaccata al campo sportivo sentii un fruscio sospetto, c’era qualcuno, mi allarmai perché avevo tirato la palla nel campo e temevo che qualcuno me la fregasse ma dopo un po’ mi rilassai perché facendosi largo tra rovi e filo spinato apparve Ture Scionto. Già, era proprio lui!

-Tuo padre è partito?- iniziò

-Si ..mezz’ora fa – risposi tra tristezza e rabbia

-Vabbè ma tra quindi giorni torna- mi rispose con una disarmante naturalezza

-Sì! Torna!-

Mi diede una pacca sulle spalle e mi fece cenno di andare a giocare. Col suo fare strampalato, col suo sorriso coinvolgente, sempre alla ricerca di un pallone da parare arrivò lui e cambio la mia serata, cambiò il mio cuore in un attimo. Si mise in porta ovviamente e parò i miei tiri, parò la mia tristezza, parò le mie preoccupazioni ricordandomi, senza parlare, che eravamo solo dei bambini e che ci sarebbe stata tutta una vita per soffrire, per arrabbiarsi, per rattristarsi ma quello invece era il tempo di volare, ti tuffarsi, di parare, di tirare un calcio alle preoccupazioni. Solo lui quella sera poteva cancellare le nubi dal mio cuore, volando sulla mia mestizia, bloccando le mie lacrime, perché era un portiere, Ture Scionto, che aveva appreso poco tra i banchi di scuola ma nella vita aveva imparato a volare, per respingere qualche pallone, per salvare qualche gol e per scacciare le nere arpie della tristezza. E ci riusciva, ci riusciva sempre, perché Ture Scionto, una tuta rossa, due occhioni neri, era spensierato, era allegro, era strampalato ….un po’ così.

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