IL BUON PASTORE

Novella n°1


Zu Calorio ‘Canino aveva una capra.

Aveva pure un mulo, cinque o sei galline, una figliata di conigli e due figlie. Era uno di quegli sventurati che nella vita non avevano potuto decidere nulla fino ad allora, prima un infanzia di duro lavoro nei campi, poi una giovinezza spezzata dalla guerra e dalla catastrofe che ne era derivata e poi la miseria, una di quelle compagne che non l’avevano mai abbandonato ma che lì, nella piccola contrada di San Basilio, non aveva in realtà mai abbandonato nessuno. Tutti e tutto avevano sempre scelto per lui, il padre autoritario, la fame, la guerra e lo avevano barcamenato come un piccolo vascello senza vele né timone abbandonato in balìa delle onde. Ora però aveva una famiglia che doveva campare e che doveva crescere e far crescere e lo faceva col suo sudore e con i suoi sacrifici come era sempre stato abituato a fare, d’altronde Zu Calorio ‘Canino regali dal cielo non ne aveva mai ricevuto, anzi il cielo gli aveva già preso due figlie, due bambine bellissime, strappate dal “morbo” di cui ora non rimaneva nemmeno una lapide su cui piangere al camposanto. Il Dio dei preti lo aveva perso già da tempo, una notte quando durante la guerra lo mobilitarono in fretta e furia perché stavano arrivando le bombe mericane. Lui era fuggito con la sua sparuta squadra verso una siepe mentre molti altri avevano cercato riparo in una chiesa. Si erano convinti, poveretti, che Dio li avrebbe protetti ma una bomba aveva trapassato il tetto ed era esplosa ai piedi dell’altare ammazzandoli tutti. E da allora si era fatto un Dio per conto suo, un Dio buono che non avrebbe mai più permesso la guerra ma che non avesse nemmeno consentito che pochi avessero così tanto e che tanti avessero così poco, un Dio ingiusto insomma. E così cresceva le figlie così come era stato cresciuto lui , a pane e lavoro fin da subito, fin da quando erano state in grado di prendere una zappa o una falce in mano.

Maria e Concettina sulla carta erano in età di scuola e ogni tanto ci andavano pure ma a casa dovevano fare i lavori da donna perché questo la famiglia esigeva, d’altronde, prima, tutti avevano deciso per Zu Calorio ‘Canino ed ora lui decideva per tutti e poi era il padre, non serviva dare spiegazioni, nemmeno alla maestra che veniva dal paese e che certe cose non le poteva capire anche se era studiata e parlava in italiano. Ma fra tutte le mansioni che incombevano sulle due bambine di certo nulla di peggio c’era che non quella di badare alla capra. C’era già voluto un po’ prima di addomesticarla, ora si era ammansita ma necessitava sempre di continue attenzioni perché aveva un caratteraccio irrequieto. Così, ogni giorno, prima di scuola, all’alba, a turno una delle due sorelle doveva inoltrarsi per lo scosceso sentiero che portava alla roba dello Zammarro per legare la capra ad una ginestra con la corda lunga in modo da darle la possibilità di nutrirsi a piacimento durante il giorno e poi, alla sera sempre per la stessa via doveva recuperare l’animale e riportarlo nel capanno dietro casa. Si erano divisi diligentemente quel compito, un giorno a testa ed era gravoso a volte perché non c’era temporale, né vento, né sole e né pioggia che tenessero, la capra si doveva servire sempre, in ogni santo dì, altrimenti non dava latte ed il latte era vita.

Una sera Zu Calorio ‘Canino che dopo la guerra dormiva poco ed aveva l’orecchio sempre attento fu turbato da un dubbio. Era ormai sveglio da qualche mezz’ora nel cuore della notte ed ancora non aveva sentito la capra belare come di solito. Appena questo pensiero iniziò a divenire dominante decise di porre fine a quella preoccupazione che toglieva anche quel filo di sonno e prese forza per alzarsi. Si levò in un attimo avendo cura di non svegliare la moglie e andò fuori al buio a capacitarsi meglio. E non servì nemmeno lo scuro a ritardargli la scoperta di quell’amara certezza che si era insinuata in quella nottata: la capra non c’era!

Cercò un po’ attorno ma nulla, il cancello del capanno era chiuso e tutto sembrava tranquillo. Una sola cosa era potuta accadere, le figlie avevano dimenticato di recuperare la capra dalla terra dello Zammarro e la bestiola era rimasta là, legata ad una ginestra, in balia dei cani selvatici o di qualche lupo famelico che, incredulo, aveva magari trovato il pasto già servito. Tornò in casa, si avvicinò alla piccola Maria e, a malincuore, si vide costretto a spezzare quel dolce dormire della fanciulla e parimenti fece con la più grande. Le bambine finirono per accusarsi a vicenda ma il padre, mentre si sfilava lentamente gli scarponi, riponendoli sullo zerbino, senza scomporsi trovò la giusta soluzione:

“Non mi interessa di chi è la colpa o chi è stata delle due a dimenticarsi la capra laggiù, ora vi vestite, prendete la torcia e andate insieme a riprenderla”

Le bambine non ebbero tempo di ribattere che si trovarono già per strada, accompagnati solo dalla luce fioca della torcia e, tenendosi per mano, cercavano di farsi coraggio, fra di loro pensavano certamente a quanto erano state ingenue ma di certo in quel momento biasimavano il padre per la sua severità, come aveva potuto punirle tanto severamente? Si trovano ormai alle ultime case del villaggio e lì la sorte volle essere clemente. La zia Bastiana, sorella del padre ed insonne come il fratello si accorse delle due povere nipoti che vagavano nella notte e rimase di stucco: “Che sorta di diavolo è mio fratello Calorio che lascia andare le sue uniche due figlie nella notte così, sole, spaventate, infreddolite?”. Le fece entrare un attimo in casa, poi svegliò il figlio affinché accompagnasse le cugine a riparare al loro errore. Alla vista delle padroncine la capra sobbalzò dalla gioia, la slegarono e si rivoltarono verso casa. Mentre risalivano il sentiero la piccola Maria ripensò a quei momenti e si rese conto di essere stata sempre relativamente tranquilla, in cuor suo sapeva di essere nel giusto, non toccava a lei quella sera di riportare a casa la capra e si era sentita sempre protetta da uno spirito superiore, se l’era sentito tutta la notte dietro, quasi a difendere le due sorelline e tornata a casa andò lei a riportare la capra nel capanno. Prima di entrare in casa si tolse le scarpe zuppe d’acqua e di fango e fece per riporle sullo zerbino quando le balzò in mente l’immagine del padre che sfilava i suoi stivali di qualche ora prima ma ora, però gli scarponi non erano più su quello zerbino ma erano all’angolo della scala! “Che strano” pensò, andò così dalla sorella che già si era acquattata e le chiese se era stata lei a spostarli ma quella negò prima di averla scacciata in malo modo. In effetti era notte fonda, che valenza poteva avere quel piccolo dettaglio? Fece per rivoltarsi verso il suo letto quando l’ombra del padre la coprì.

Il severo genitore era lì, in piedi dietro di lei, vestito come se venisse dai campi.

E fu così che la piccola Maria capì; lo spirito che le aveva accompagnate nella notte altro non era che il loro papà che voleva dargli una lezione che non si sarebbero mai più scordate ma che, di certo, mai avrebbe messo a repentaglio le loro stesse vite e così, per tutta la strada, le aveva seguite a breve distanza senza farsi notare. Maria sorrise, il padre gli diede una carezza e la accompagnò a letto.

C’era un Dio da qualche parte che parlava di un pastore che, lasciato l’intero gregge, con amore di padre andava a cercare la pecorella smarrita. Era stata questa storia, che un tempo Zu Calorio ‘Canino aveva sentito, che l’aveva tenuto sveglio quella notte e che lo aveva turbato mutando quella stupida capra in un pensiero dominate. Ora che le due bambine erano ripiombate nel sonno anche lui si rigettò avvinto sul letto e prima di addormentarsi si fece il segno della croce e recitò un Pater Noster l’unica preghiera che ancora ricordava.

Da quella notte Zu Calorio ‘Canino tornò a credere in Dio.

Cristiano Parafioriti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *