Si fa presto a dire paesaggio!

Tutti i filmini di turisti muniti di fotocamera, tutti i ‘selfie’ dei ragazzi in gita scolastica, tutti gli album dei viaggi di nozze grondano di una serie di foto dei luoghi visitati e, in modo più o
meno creativo, documentano un momento di vita, un ricordo o semplicemente l’affermazione “io sono stato qui”. In molte delle fotografie che vediamo il paesaggio è solamente lo sfondo, raramente ne è protagonista e, tuttavia, c’è differenza fra una fotografia che ritrae un paesaggio e quella che ‘è’ un paesaggio.

A volte ci passa lo stesso divario che intercorre tra un dipinto impressionista e le foto del catalogo di un mobile dell’Ikea: didascaliche, chiarissime e complete, ma assolutamente prive di quella dimensione emozionale ed evocativa, quella vibrazione che trova risonanza dentro di noi e che solo l’opera d’arte riesce a comunicare.

Come tanti Champollion

Non è la perfezione dell’obiettivo che crea il capolavoro, ma l’occhio del fotografo, la sua sensibilità, oserei dire, la sua capacità di vedere oltre le attrezzature, i filtri, le lenti e quante altre diavolerie la tecnologia digitale o analogica mette a sua disposizione. Il fotografo, come il pittore, riesce a cogliere il bagliore di un riflesso, un equilibrio di volumi, una tonalità di colore che ci restituiscono l’anima di un luogo e, attraverso l’immagine, possono farne un luogo dell’anima.

Leggere la fotografia di un paesaggio può essere stimolante come la decodificazione di un papiro egizio: dobbiamo interpretare segni e simboli per poter godere appieno dell’immagine a partire dagli elementi che la compongono per ricostruire il messaggio originale.

La seduzione irrazionale del colore.

Paesaggio

Siamo condizionati dalla saturazione sfrenata dei colori tanto che la cromatica della luce naturale ripresa in fotografia ci sembra sbiadita e banale: ci colpiscono solo i blu intensi, i viola, i rossi, gli arancioni e i gialli resi quasi fluorescenti dal contrasto col nero, come nell’esempio di questa immagine di repertorio.

Gli elementi  fisici si riducono ad una ritmica ripetizione di moduli in controluce, mero segno grafico che separa l’accesa coloristica del cielo da quella riflessa nell’acqua sottostante. Il colore, per innaturale che sia, “ingoia” il paesaggio e il resto dell’immagine è assolutamente un corollario non indispensabile in cui il particolare connotativo non serve all’identità del luogo, ma è l’elemento di contrasto per far risaltare ulteriormente quella profusione di tinte brillanti, spinte fino all’eccesso. È l’esaltazione del colore, puro colore. Ma, poiché ogni prodotto visuale ha comunque un intento comunicativo, possiamo ascrivere l’intenzione di questa fotografia alla poetica del Barocco: il fine dell’opera è la meraviglia e, di fatto, lo stupefacente tramonto che viene ritratto in questo scatto ci sbalordisce.

 

Uno scatto nel buio

paesaggio 2
Consentitemi un piccolo gioco di prestigio.

Via tutto il colore e, come per magia, dalla stessa immagine emergono gli elementi del paesaggio: il lungo pontile occupa ora il centro della scena, al di là di esso un’esile filo di luci (lampioni o finestre, o forse un treno che corre nella notte, chissà…) regala una prospettiva che suggerisce una lontananza avvolta nelle tenebre. Il gioco grafico dei sostegni si raddoppia allungandosi e disfacendosi nella parte riflessa, scandito come una partitura ritmata che cattura lo sguardo e quasi ti costringe a percorrerne ripetutamente lo schema, quasi l’evocazione virtuale dell’obbligato percorso imposto dalla passerella nella realtà.

Sul molo riusciamo solo adesso a indovinare una gracile ringhiera, e, assolutamente ignorata dagli occhi perché prima sommersa dalla percezione del colore, una figuretta umana che vi si appoggia e si riflette nel lucido specchio della laguna sottostante. Il bagliore dei due lampioni acquista un nuovo rilievo e la scia argentea diviene quasi più sensibile della luce diretta, ribaltando l’impatto dell’immagine originale a forti tinte.

L’attenzione, non più distratta dal rutilare del tramonto, si concentra sulla metà inferiore dell’inquadratura: l’elemento essenziale, quello riconoscibile e concreto, diventa il protagonista che connota il significato dell’immagine. È il fine che dovrebbe perseguire chi si appresta a fotografare un paesaggio, appunto.

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