IL CUORE MECCANICO DEI GATTI

La compagnia Operà Populaire mette in moto una macchina teatrale graziosa e accattivante, nella versione Steampunk di “Cats” di Andrew Lloyd Webber

“Che cos’è un gatto Jellicle?”. Il gatto Jellicle è un insieme di suggestioni che delinea la vera essenza del felino, è la sua storia e il suo mistero, non è un concetto strettamente figurativo, è difficilmente applicabile ad un contesto preciso ed è praticamente intraducibile.

Si potrebbe quindi dire che il Jellicle sia il nascosto significato allegorico del musical CATS di Andrew Lloyd Webber.

Quello andato in scena al Teatro Condominio di Gallarate il 25 e 26 Marzo però non è il Cats glam-punk di memoria storica della ditta Mackintosh-Nunn-Lynne, ma una versione in italiano che vuole essere aggiornata alle tendenze neo-underground di ispirazione Steampunk, sempre più popolari nell’iconografia contemporanea. turquoise-1861785_1920

La compagnia semi-amatoriale di Operà Populaire, con la cura del Direttore Artistico Stefano Mapelli, fa un lavoro più che discreto, in un percorso che rimane quasi sempre ampiamente al di sopra della sufficienza, con l’eccezione di alcune minuscole note dolenti.

A vincere su tutto è l’aspetto visivo, scene, trucco e costumi, che vogliono evocare le atmosfere fanta-vittoriane proprie del genere Steampunk, anche se lo sforzo rimane meramente formale, con una trasposizione dello stile più estetica che funzionale (il genere Steampunk sogna infatti tecnologie anacronistiche in ambiente vittoriano, alimentate dalle risorse scientifiche del XIX secolo).

Ecco quindi infinite velature di marrone, ingranaggi ovunque ed un’orologio gigante, quello del tetto della stazione ferroviaria dove prende luogo la nostra storia, che domina interamente la scena.

La scenografia è giustamente minimale dovendo dar spazio a 30 ballerini, ma nonostante la bella intuizione di avere una pedana praticabile ai piedi dell’orologio, rimane poco “agita”, con gli attori che popolano quasi unicamente i due terzi frontali del palcoscenico, anche laddove la coreografia chiamerebbe un po’ più di audacia come durante il numero dei gatti-acrobati Mungojerrie e Rumpleteezer.

I costumi di Stefania Pisano sono deliziosi e creativi con corsetti, merletti e occhialini da aviatore a go-go, anche laddove si va a discapito della praticità per un cast che dovrebbe danzare e muoversi con l’agilità propria dei felini del titolo. cat-233367_1280

Le coreografie sono purtroppo la versione edulcorata di quelle originali, la cui esecuzione ci rivela alcuni sprazzi di talento (la brava Agnese Ruotolo nel ruolo di Mr.Mistoffelees ne è l’esempio più lampante) ma che nel complesso rimane forse l’aspetto meno esaltante della pièce. Non mancano solo i virtuosismi, ma anche complessità, coordinazione e precisione nelle parti solo danzate, che rendono poco godibili (e un tantino noiosi) gli intermezzi privi di cantato.

I testi, che in originale furono adattamenti del poeta T.S.Eliot, sono in italiano per traduzione di Michele Renzullo, Saverio Marconi e Franco Travaglio, i quali hanno avuto l’arduo compito di trasporre così tanti giochi di parole e nomi onomatopeici in uno sforzo equiparabile a memoria recente solo a quello dei traduttori della saga di Harry Potter, con l’ulteriore e tiranno ostacolo della metrica.

Per chi ha nelle orecchie le versioni originali l’esperienza è leggermente straniante, e forse per un difficile adattamento alla metrica, forse per inesperienza dei pur bravi cantanti o forse ancora per la pessima acustica del teatro, la maggior parte del tempo si fatica sinceramente a capire quel che viene cantato (eh sì, perché Cats è più un’opera che un musical, e non ha intermezzi parlati). E quanto è importante quel che viene cantato, in un’opera che non ha una vera e propria storia!

Anche non capendo però, non si rimane delusi.

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Dal punto di vista canoro i ragazzi dell’Operà sono tutti eccellenti, ottime le parti corali (anche se sono quelle più inintelligibili) e qualche problema nel regolare i piani e i forti su alcuni ruoli come l’ottima Elisa Marangon nella parte di Grizabella, che forse per una direzione registica non centra alla totale perfezione la modulazione di Memory partendo leggermente troppo in canna e facendoci perdere un po’ della magia del pezzo, che dovrebbe essere introspettivo e malinconico inizialmente per poi arrivare al crescendo finale nel secondo atto.

Il risultato è encomiabile, partendo innanzitutto dalla scelta di non volersi appiattire su una ripetizione pedissequa delle produzioni precedenti, fino alla professionale dedizione di tutti gli artisti coinvolti, anche se non si riesce sempre a mantenere l’atmosfera.

Forse perché l’esercizio di stile rimane troppo letterale, forse perché di base è pur sempre CATS, ma in corsetto. Forse perché alcune scelte ti lasciano perplesso (cosa c’è di Steampunk in un gatto che balla la breakdance???) e vanno ad interrompere il continuum narrativo. Forse perché non ci viene dato un vero motivo per cui questi gatti sono catapultati in epoca vittoriana, se non perché questa estetica è gagliarda e alternativa il giusto.

C’è una buona forma, e c’è anche la sostanza. Manca un poco di folle magia. Manca un po’ di Jellicle per fare animare questo piccolo prodigioso cuore meccanico.

Chiara Benetti

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