Magico racconto Elfico.

Miei cari tutti, oggi vorrei dedicarvi un breve racconto dal sapore Fantasy. Qualcosa che faccia riflettere sulle razze e su quanto sia fin troppo facile cadere nell’errore del pregiudizio. Godetevi la lettura, un caro saluto da Linda Lercari.

Una leggenda del Mondo Conosciuto

Un gesto secco con la mano, un’occhiata glaciale: inutile replicare, quando sua madre diceva “no” era “no” senza remissione. La ragazzina fece spallucce e trotterellò nel grande giardino di erbe medicinali; aveva provato a chiedere un’altra fetta di pane e formaggio, ma senza successo: peccato!

Per consolarsi cominciò a annusare le varie essenze cercando di riconoscere ogni pianta e la sua applicazione medicamentosa. Le riusciva bene e era orgogliosa della propria bravura. Allungò le dita cicciottelle per accarezzare un fiore appena sbocciato. In fondo al giardino sua madre non poteva seguirla e rimproverarla, si sentiva al sicuro quasi come nel bosco.

Finmalt strinse la gonna di velluto rosso sino a sbiancarsi le nocche. La mano affusolata le doleva, ma, trattenendosi, aveva evitato di colpire quella figlia tanto deludente. Lasciò la stoffa e si massaggiò i polpastrelli indolenziti. Guardò fuori e non riuscì a scorgere Tithenrhaw: meglio così, se fosse tornata ancora indietro a chiederle altro cibo l’avrebbe come meritava.forest-56930_1280

La nobile elfa era seriamente preoccupata per la figlia. Sin dalla nascita le era stato detto
che non sarebbe stata esattamente come gli altri, ma solo adesso si rendeva conto della triste realtà. Tithenrhaw era grassottella, gambette tozze e braccia pienotte, non superava il metro e trenta di statura. Era gioviale e allegra, aveva una buona memoria e un ottimo carattere, ma la sua passione per il cibo la portava a essere così poco longilinea, così dissimile dagli altri.


Con un sospiro amaro si diresse in camera da letto e cominciò a spazzolarsi i lunghi capelli biondi. Era di nobile e antica razza e aveva sposato il miglior partito della regione, il grande e potente Ihaintond. Avevano avuto due maschi, studiosi e raffinati, poi era arrivata Tithenrhaw. Quali dei aveva offeso per meritare un simile castigo?

La ragazzina, perfettamente consapevole dei pensieri materni, decise che sarebbe stato più saggio sparire per il resto del giorno. Uscì dal giardino delle piante medicinali e si diresse verso il bosco.

Ah! Il bosco! Che luogo meraviglioso! Profumo di funghi e bacche, di resine e terriccio fresco! Tithenrhaw inspirò profondamente, poi, con una voce antica quanto il mondo e profonda quanto l’oceano emise una sorta di canto ancestrale, sconosciuto e magico. Il terreno ondeggiò, gemette e si increspò sino a aprire una piccola voragine.

Un richiamo familiare, un fischio sottile, e dalla galleria spuntò un viso amico. Bokarhcabor le sorrise fraternamente e l’abbracciò con impeto. Era un giovane nano di bell’aspetto, dai lineamenti raffinati e dalla barba appena pronunciata. Era piuttosto alto per la sua razza, quasi un metro e cinquanta superava la sua amica di un buon tratto e, per questo motivo, spesso si burlava bonariamente di lei.

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L’elfa grassoccia rideva degli scherzi dell’amico perché leggeva in quei grandi occhi castani tanto affetto e comprensione quanti mai avrebbe avuto dalla sua gente. In gran segreto si incontravano spesso nel profondo del bosco e insieme passavano ore e ore a inseguirsi, a giocare, a riconoscere piante e funghi, a sognare. Di tanto in tanto lui le portava qualche piccolo dolce tipico della sua gente. Gli elfi erano troppo eleganti e colti per perder tempo a cucinare pasticcini.

Bokarhcabor adorava quella piccola e bizzarra creatura che gli raccontava ogni giorno di libri misteriosi, di pozioni e di storie oscure e antichissime. Lui passava la maggior parte del tempo nelle profonde miniere insieme alla sua gente alla continua ricerca di tesori e di ricchezze, mentre lei era come una ventata di aria sempre fresca che alleviava il cuore e la mente.

Solo un aspetto di Tithenrhaw gli inculcava un misto di paura e diffidenza: la capacità dell’amica di comandare al terreno. Sapeva che gli elfi avevano poteri temibili, ma non aveva mai visto nessuno di loro fare quello che faceva lei. Dubitava che persino la nobile Finmalt sapesse quanto fosse potente la figlia.

Una risata cristallina e i pensieri pericolosi svanirono d’incanto. I ragazzi si misero a giocare come al solito, anche se, con l’età più matura, pian piano si rendevano conto che il gioco sarebbe diventato presto una schermaglia d’amore.

Un piccolo bacio sulla guancia ruvida, un abbraccio fugace. Il tramonto alle porte: un breve pomeriggio ancora passato nell’illusione di qualcosa che non sarebbe mai potuta essere.

Tithenrhaw tornò trafelata a casa, le gote rosse, i denti bianchi della spensieratezza.

Uno schiaffo duro e crudele la riportò immediatamente la suo presente. Non era il modo in cui una giovane elfa si sarebbe dovuta comportare, sporca di fango e coi vestiti strappati dai rovi. In che stato si erano ridotte le belle trecce? Ihaintond non volle ascoltare alcuna spiegazione, come padre aveva tutto il diritto di punirla e la costrinse in camera sua senza alcuna cena, e che si lavasse prima di addormentarsi, che sembrava una piccola nana selvaggia in quelle barbare condizioni!

Sorte migliore non toccò a Bokarhcabor. Dove era stato tutto quel tempo? Chi si credeva di essere? Solo perché era più flessuoso e raffinato degli altri pensava di poter scansare il lavoro? Avrebbe fatto il turno di notte, da solo, e che non si lamentasse! Presto avrebbe capito cosa significa essere un vero nano e gli sarebbe passata la voglia di scorrazzare in giro tutto il giorno. Un piatto di minestra fredda era anche troppo per lui, che prendesse la lucerna e si addentrasse nelle viscere della miniera: quello era il suo posto!

Piccole perle d’acqua amara accompagnarono il sonno della piccola elfa mentre il giovane nano digrignava terra fra i denti stretti dalla rabbia.

D’un tratto, quando il buio della notte ancora non vuol cedere alla nuova alba, un tremito improvviso scosse la regione. Qualche gigante del sottosuolo, qualche mostro vulcanico, indispettito forse dal continuo scavare si stava rivoltando nelle profondità. In superficie il movimento fu inquietante, ma sopportabile, non altrettanto fortunati furono i nani nelle gallerie.

Nessuno si fece prendere dal panico, ma la maggior parte dei cunicoli crollò. La comunità si ritrovò all’esterno contando feriti e dispersi. Fortunatamente vi erano molti arti da curare, ma nessun funerale da celebrare. C’erano stati danni ingenti alle strutture, ma nessuno stava lavorando nelle gallerie più profonde. Nessuno tranne Bokarhcabor.

L’alba spuntava appena dietro alle montagne mentre tutta la regione era già in fermento per constatare gli effetti del terremoto, per aiutare la comunità dei nani, per rendere stabili gli edifici pericolanti. Gli elfi davano una gran mano con le loro conoscenze di medicina, i nobili impartivano ordini precisi per contenere il panico e il disordine.

Chi poteva notare quella specie di nanetta bizzarra dalle orecchie a punta? Nel viavai di brocche d’acqua e bende passava inosservata mentre procedeva incespicando nella camicia da notte troppo lunga, il volto una maschera di preoccupazione.

Infine Tithenrhaw si bloccò. Inspirò sino a farsi male alle narici. Chiuse gli occhi e divenne sorda ai suoni attorno a lei e cantò. Le corte braccia aperte e tese, la voce più antica del mondo stesso, più vecchia del Creato.

Tutti si fermarono impietriti a ascoltare quel canto terribile e potente quanto l’universo stesso.

Finmalt e Ihaintond rimasero esterrefatti. Era figlia loro quella creatura sovrannaturale che cantava alla Terra e al Mondo Conosciuto?

Il boato fu assordante, il terremoto notturno non era stato nulla al confronto. La crosta si squarciò arricciolandosi su sé stessa e una colonna di terra e fango cominciò a salire dalle viscere più profonde.

Impossibile restare in piedi. Perdendo l’equilibrio e il contatto empatico con il loro paese natio tutti finirono riversi o in ginocchio. Solo Tithenrhaw sostenuta dal suo canto rimaneva eretta quale magica statua. La voce non mancava un battito e sembrava che neppure prendesse fiato; il suono usciva a pieni polmoni come in un’unica, interminabile, emissione.


Due enormi mani di terriccio e pietra, infine, portarono alla luce il corpo di Bokarhcabor e lo deposero delicatamente ai piedi della piccola elfa.

Il canto cessò. Chi avrebbe osato avvicinarsi?

La piccola elfa, con delicatezza, ripulì il volto dell’amato liberandogli le vie respiratorie. Una forte tosse. Il giovane nano era salvo.

Qualcuno provò a esultare, ma fu raggelato dallo sguardo di Tithenrhaw, non più debole e insicura, ma vendicativa e pericolosa.

Di quella giornata l”ultimo ricordo fu il grido.

Un grido penetrante che depose una pietra in ognuno dei loro cuori. E, mentre tutti si stringevano il petto per quel nuovo, pesante, fardello, i due amanti vennero avvolti da un’onda di terra che li trasportò lontano: lontano dagli occhi sprezzanti degli elfi, lontano dalle mani callose dei nani, lontano dal giudizio e dallo sdegno.

Là, oltre il Mondo Conosciuto, per godere di ogni meraviglia possibile sino alla fine del tempo.

Linda Lercari ©All rights reserved

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