La vera voce per Manon.

MANON LESCAUT

di Giacomo Puccini

Manon Lescaut: Rachele Stanisci 

Il cavaliere Renato Des Grieux: Ricardo Tamura

Lescaut: Sergio Bologna

Geronte di Ravoir: Carmine Monaco d’Ambrosìa

Edmondo: Giuseppe Raimondo

L’oste- Un comandante di Marina: Alessandro Ceccarini

Il Maestro di ballo- Un lampionaio:  Didier Pieri

Un musico: Lorena Zaccaria

Un sergente degli arcieri : Alessandro Martinello

Un parrucchiere: Fabio Vannozzi

Direttore: Alberto Veronesi

Regia, scene, costumi: Lev Pugliese

Costumi realizzati nella sartoria del Teatro Goldoni da Carolina Micieli

Maestro del coro: Marco Bargagna

Orchestra della Toscana

Coro Ars Lyrica

Recensione relativa alla recita di venerdì 10 marzo 2017

Al Teatro Goldoni di Livorno torna MANON LESCAUT, l’opera giovanile di Giacomo Puccini in un nuovo allestimento realizzato dal Goldoni e co-prodotto con il Teatro Verdi di Pisa e il Teatro Sociale di Rovigo.

Manon riesce ad esprimere ancora oggi la sua incredibile potenza musicale dove il vento del romanticismo più passionale si amalgama con sonorità dal gusto wagneriano, dando vita a quel verismo che tanto ha fatto sognare il compositore toscano.

La struggente storia d’amore dalle forti tinte scure necessita  sicuramente di un grande dispendio di energie, sia dal punto di vista registico che vocale. Quattro atti di puro teatro sostenuti da una musica che regala momenti di puro lirismo contrapposti a momenti di una modernità stilistica che solo Puccini ha saputo toccare.

A dirigere l’orchestra della Toscana è il noto direttore Alberto Veronesi che grazie ai sui tempi estremamente dilatati arricchiti da “ritenuti” non richiesti in partitura porta l’opera a una durata complessiva superiore a qualsiasi altra versione. Le sonorità risultano a tratti eccessive, coprendo completamente le voci, nonostante i ruoli principali  della compagnia fossero affidati a voci particolarmente dotate. Anche il famoso intermezzo all’inizio del terzo atto regala solo suoni forti e poco calibrati. Tutto sommato porta a casa la recita senza infamie e senza lodi particolari, in attesa di ascoltare Beatrice Venezi che dirigerà il secondo cast, giovanissima e talentuosa bacchetta del Festival Pucciniano, già apprezzata nella Turandot di Busoni a Torre del lago.

La regia, scene e costumi  sono affidati al giovane Lev Pugliese che deve riuscire con pochi mezzi, nell’ardua impresa di portare in scena quest’opera. Le proiezioni sono sicuramente una carta vincente quando non si ha la possibilità di creare una scenografia, dunque punta tutto su bellissime immagini proiettate sullo sfondo che diventano ricordi, trasposizioni mentali delle emozioni dei vari personaggi che interagiscono nella scena. Il deserto è reale, la scena è vuota, sono posizionati solo pochi elementi scenici. Il primo atto viene rappresentato in uno spazio atemporale dove l’unico elemento distintivo è un grande albero senza foglie che si innalza in graticcia, espediente usato per farci capire che la scena si svolge all’aperto, (in teoria la piazza della posta di Amiens) dove sono  posizionati tavolini con relativi bicchieri (a ricordarci che siamo vicino a una locanda). Il secondo atto si svolge nel lussuoso palazzo di Geronte, simboleggiato da quattro sedie dorate posizionate agli angoli della scena e una sorta di avvallamento scavato nel centro palco, ricoperto di drappeggi rossi, simbologia inequivocabile della  tormentata passionalità di Manon. Il richiamo all’accampamento beduino è a miei occhi palesemente ricercato e tutto sommato questa è sicuramente l’idea più riuscita, come se la landa desolata dell’ultimo atto fosse angosciosamente presente in ogni istante. Il terzo atto si svolge nel porto di Le Havre, e qui risulta molto suggestivo l’effetto “onde” che viene proiettato su l’intera scena, nella quale l’unico elemento reale è una lunga passerella di legno che si perde in quinta, dando la sensazione che i personaggi camminino sospesi sulle acque. Belle le immagini dal sapore barocco ma dalle sfumature gotiche realizzate per il momento dell’intermezzo. Nel quarto atto una landa desolata, nel vero senso della parola: la scena è completamente nuda, ma entrano in azione ancora una volta le salvifiche proiezioni che riempiono la scena di effetti grafici ispirati dal vento che muove la sabbia del deserto.

La sensazione generale che il pubblico avverte in queste situazioni è quella della mancanza di risorse economiche, nel senso che il pubblico dall’opera si aspetta qualcosa di scenograficamente adeguato e coinvolgente, forse per tradizione, forse per una sorta di “ingrigimento o pigrizia mentale”, fatto sta che la maggior parte del pubblico di fronte a queste messe in scena che possiamo definire “moderne” rimane un pò freddo e distaccato, infatti in sala aleggiava una sorta di gelo che certo non ha gratificato i cantanti che hanno invece fornito prove di estrema rilevanza.

In primis una vera voce da Manon: Rachele Stanisci, dotata di mezzi vocali invidiabili, ci regala un’interpretazione ai limiti della perfezione. La voce è quella giusta per questo ruolo: robusta, calda, avvolgente e dalla grande potenza di suono. Accostarla alle grandi interpreti del passato può e deve essere fatto, perché nel panorama lirico odierno questa tipologia di voce è rara e bisogna rimarcare il lusso di aver potuto ascoltare una tale artista.  Tecnicamente perfetta in ogni registro, ci regala un Do acuto nel “Ora o Tirsi”  di tale potenza da farci vibrare il timpano, complice sicuramente la meravigliosa acustica del Teatro. Oltre alle ricercatezze vocali abbiamo sulla scena una donna vera, passionale, intrigante e ogni gesto è calibrato in funzione del canto. Una grande artista che trova in questo repertorio la sua massima espressione.

Ricardo Tamura nel ruolo del Cavaliere Renato Des Grieux è un vero tenore spinto dotato di bella voce e ottima tecnica. La cosiddetta “gola aperta” è evidente dall’emissione sempre sonora e limpida. Se dal lato vocale ci regala grandi momenti, dal punto di vista scenico risulta a tratti poco convincente, ma la voce ci ripaga di ogni goffaggine. Una bella prova in crescendo che verso la fine del terzo atto si macchia leggermente a causa di un piccolo incidente avvenuto in una scena, che ha causato al tenore dolori intercostali durante tutto l’ultimo atto, ma  nonostante tutto è riuscito a portare alla fine la recita con grande professionalità e queste sono le cose che vengono apprezzate maggiormente quando si ha davanti dei veri ed esperti uomini di teatro.

Sergio Bologna nel ruolo di Lescaut conferma ancora una volta essere artista di grande esperienza e professionalità. Il personaggio non è certo paragonabile ai grandi ruoli verdiani e donizettiani a  cui è avvezzo il cantante, ma non potete immaginare quanto sia bello poter sentire anche questi tipi di ruoli (solitamente ed erroneamente affidati ai ragazzi di opere studio e accademie perché considerati “facili”) cantati con tutte le note scritte e con padronanza tecnica. Ascoltare delle sonore note gravi e allo stesso tempo svettanti note acute emesse nella giusta maniera, ovvero completamente girate e a fuoco è possibile solo se in scena ci sono dei veri e seri cantanti professionisti, di comprovata carriera. Bologna è stato sicuramente un lusso per questa produzione e si conferma essere interprete pucciniano d’eccellenza.

Carmine Monaco d’Ambrosia è un ottimo Geronte, padrone della scena e dotato di bella voce scura e sicura, ci regala un personaggio assolutamente credibile e di forte impatto visivo grazie ad un costume visivamente accattivante (l’unico degno di nota).

Da segnalare la bella voce del giovane Giuseppe Raimondo nel ruolo dello studente Edmondo, dotato di ottimo squillo e padronanza scenica, sicuramente da riascoltare in ruoli più impegnativi.

Ottimo Didier Pieri nel doppio ruolo del Maestro di ballo e Lampionaio, differenzia bene i due personaggi, nonostante una palpabile paura della zona acuta che sicuramente con l’esperienza di palco riuscirà a superare.

Buona la prestazione vocale e scenica del musico Lorena Zaccaria, dotata di ottima qualità timbrica.

Il resto del cast è completato da Alessandro Ceccarini (Oste e Comandante di Marina), Alessandro Martinello (Sergente degli arcieri) e Fabio Vannozzi (Un Parrucchiere).

Ottima la prestazione del coro Ars Lyrica sia dal punto di vista vocale che scenico, diretto dal M° Marco Bargagna con la professionalità che lo distingue da sempre.

Successo personale per Rachele Stanisci e grandi applausi per i protagonisti durante le uscite finali, da parte di un pubblico che durante tutta la rappresentazione è parso inerte, quasi anestetizzato da una messa in scena che non crediamo rimarrà nella storia.

Dalila Cardinali

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *