Madama Butterfly a Novara. Il Coccia teatro di serie A.

Regia RENATO BONAJUTO
Direzione d’orchestra MATTEO BELTRAMI
Orchestra Carlo Coccia
Allestimento Fondazione Teatro Coccia Onlus
Produzione Fondazione Teatro Coccia Onlus
Madama Butterfly / Cio-Cio-San (soprano) REBEKA LOKAR
Pinkerton (tenore) IVAN DEFABIANI
Suzuki (mezzosoprano) SOFIA JANELIDZE
Sharpless (baritono) SERGIO BOLOGNA
Goro, nakodo (tenore) JORGE JUAN MORATA
Lo zio Bonzo (basso) ENRICO RINALDO
Commissario Imperiale e Il Principe Yamadori (baritono) LORENZO MALAGOLA BARBIERI
Kate Pinkerton (mezzosoprano) VITTORIA VIMERCATI
Recensione relativa allo spettacolo di domenica 26 febbraio 2017

 

Sul palco del Teatro Coccia di Novara è andata in scena la sesta opera composta da Giacomo Puccini: Madama Butterfly, tragedia giapponese tra le più struggenti e amate dai melomani di tutto il mondo.  Una regia nel solco della tradizione quella proposta dal regista Renato Bonajuto che usa tutte le forze che ha a disposizione in teatro per confezionare un allestimento che non sfigurerebbe, secondo noi, anche nei più grandi teatri europei. La produzione è interamente curata dalla Fondazione Teatro Coccia, dove più di 150 persone tra  artisti, macchinisti e scenografi del territorio hanno con grande passione e professionalità collaborato alla buona riuscita dello spettacolo. Le scene di Laura Marocchino ci aprono le porte di una minka, classica abitazione giapponese, dalle linee pulite e armoniche,  collocando in proscenio uno spaccato di  nihon teien, il giardino giapponese. Affascinante risulta l’interno dell’abitazione, dove luci od ombre create dalle classiche pareti shōji giapponesi che scorrono fluidamente da una lato all’altro della “scatola scenica” danno vita a una sorta di danza, dove legno e carta si inseriscono poeticamente l’uno all’altra. Le decorazioni pittoriche, interamente realizzate dalle mani raffinate dei decoratori del teatro, riproducono stampe e motivi giapponesi di Hokusaiana memoria. Le luci definite “moderne” dal regista  giocano una parte fondamentale e direi vincente dell’intera messa in scena, creando l’atmosfera perfetta per ogni evento, quasi un climax di intensità che  si sviluppa partendo da colori neutri per l’inizio fino a sfociare ai violenti rossi del drammatico finale. I costumi sono in perfetta armonia con la scena, proponendo colori dalle tinte pastello, quasi a  voler non andare troppo in contrasto con i leggeri toni dei fiori di pesco. Il coro San Gregorio Magno diretto da Mauro Rolfi incanta nelle pagine del celebre coro a bocca chiusa, curato e gestito bene anche nei movimenti scenici, particolari che fanno la differenza. La stessa differenza che c’è tra un bravo e un cattivo regista, e qui a Novara abbiamo davanti un grande regista che conosce l’opera (sembrerà banale dirlo, ma oggi non è del tutto scontato) e soprattutto che ama l’opera e le voci. La scuola di Beppe de Tomasi c’è tutta ed è evidente nella cura dei particolari e nell’uso magistrale delle luci.

La direzione musicale è affidata al M° Matteo Beltrami bacchetta  tra le più apprezzate della nuova generazione. Tempi equilibrati e in linea con le esigenze dei cantanti. Buono, a tratti ottimo, l’equilibrio tra orchestra e cantanti; Beltrami ha un’idea ben precisa di ciò che vuole ottenere dalle sue masse, un ottimo gusto nella ricerca delle sonorità, a tratti rigogliose, a tratti languide o sommesse, riuscendo anche a valorizzare i piccoli interventi di taluni strumenti (vedi l’arpa) che non sempre si riescono ad apprezzare.

Quasi tutti giovani debuttanti nel cast vocale che vede primeggiare per intensità vocale  la Madama Butterfly di  Rebeka Lokar, soprano dal fisico imponente che riesce a mitigare grazie all’aiuto del regista e alla grande intelligenza di cui è dotata l’artista slovena. Grande intelligenza che si rispecchia nel suo modo di porgere la voce, sempre sul fiato, mai spinta e dall’importante tonnellaggio, cosa che le permette di arrivare alla fine dell’opera senza nessuna stanchezza vocale. Voce importante, a tratti sontuosa, ma capace di alleggerire, laddove le sia richiesto, per esempio nel “Dormi amor mio…”, cantato mentre esce di scena con il bambino in braccio. Possiamo dire, senza enfasi né retorica che questa cantante raggiunge vette canore raramente ascoltate dal vivo, soprattutto nel secondo e terzo atto, dove la parte richiede anche quella pasta scura che la vocalità di Cio Cio San deve avere. Accenti da vera interprete pucciniana e una generosità fuori dal comune tributano al soprano applausi a scena aperta durante tutta l’opera, applausi spontanei e irrefrenabili con i quali il pubblico ha dato voce alla profonda emozione che permeava la sala. Lontana dallo stereotipo della bambola di porcellana, è riuscita a farci percepire l’amore, la speranza, il dolore, lo stuporoso sgomento, la perdita, la generosità, la scelta-non scelta della morte come unica via di fuga da una realtà di per sé insopportabile, veramente una prova maiuscola, che forse in pochi si aspettavano.

Ivan Defabiani nel ruolo di Pinkerton può essere definito senza nessun dubbio una delle più belle voci di tenore nell’attuale panorama lirico giovanile.  Voce robusta dall’acuto ricco di armonici affronta il ruolo con spavalderia e a tratti  giovanile incoscienza, che considerando la giovane età ci regala comunque un’ottima prova. La paura che incorra in scelte sbagliate per il suo futuro è molta, forse troppa, intuendo una certa tendenza a scurire eccessivamente la voce in alcuni punti,  mentre in altri di uscire fuori dall’imposto prettamente lirico, ma questo è questione di gusto, d’altronde quando manca l’ascolto e la ricerca musicale degli interpreti del passato, si sente. Speriamo tutti di vero cuore che il tenore trovi la sua strada e un vero maestro che lo prenda per mano e lo porti a toccare le più alte vette del canto, perché il buon Dio gli ha fatto davvero un grande dono.

Suzuki è affidata alla bella voce di Sofia Janelidze sempre puntuale e a tempo negli interventi sillabati iniziali, ci regala nel duetto dei fiori  uno dei momenti più belli dell’opera, grazie alla sua pasta vocale morbida e alla sua raffinata musicalità.

Unico veterano tra i protagonisti è il baritono Sergio Bologna nel ruolo di Sharpless. Porta in scena il console americano che in questo caso riesce ad emergere grazie alle diverse sfaccettature emotive che l’interprete ci regala. Quando c’è l’esperienza si vede e si apprezza ogni piccolo gesto e movimento, mai fatto a caso, ma sempre ragionato e in linea con quello che si sta cantando (possono sembrare banalità, ma con quello che si vede oggi in teatro, non lo diventa affatto). La cura della gestualità, mai sopra le righe, ma espressione del mutare degli stati d’animo, ci porta ad apprezzare ogni minimo dettaglio del suo essere in scena, valga per tutti il bacio che sembra sfuggirgli dal cuore per il piccolo dai biondi ricciolini con la promessa “Tuo padre lo saprà”. E l’eleganza del baritono carrarese si rispecchia anche nel suo modo di porgere la voce, sempre sul fiato, mai spinta e con una dizione sempre scolpita, che vede nella scena della lettera i momenti più alti della sua raffinatezza interpretativa.

Jorge Juan Morata disegna un Goro perfetto dal punto di vista scenico, viscido e sibilante, in contrasto con il potente zio Bonzo di Enrico Rinaldi, basso dalle indubbie qualità vocali.

Lorenzo Malagola Barbieri nel doppio ruolo del Commissario Imperiale e del Principe Yamadori da un’ottima prova d’attore, nei suoi brevi interventi, si muove con gusto e ricercatezza.

Da segnalare Vittoria Vimercati nel piccolo ruolo di Kate Pinkerton: il pubblico ringrazia, perché finalmente dopo un’infinita serie di Kate afonoidi, abbiamo capito e sentito quelle due frasi da una vera voce di mezzosoprano, dalla bellissima presenza scenica,  che ovviamente speriamo di ascoltare in ruoli più impegnativi.

La piccola Susanna Gallese nel ruolo di Dolore (impegnatissima sul palco con una disinvoltura eccezionale) è stata la ciliegina sulla torta di una produzione riuscitissima in un teatro dove si respira la vera voglia di fare arte. I teatri di provincia regalano spesso emozioni che i ben più blasonati teatri delle grandi città non sanno minimamente trasmettere. Quando al termine di uno spettacolo la gente si attarda per commentare e raccontare, con ancora negli occhi e nel cuore la gioia e la commozione per ciò che si è visto e ascoltato, si può e si deve sperare nei giovani, ma questi giovani, che sanno fare un lavoro che comprendono e amano, artisti e artigiani del magico mondo dell’opera lirica.

Dalila Cardinali

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