Romeo e Giulietta di Sarajevo, la storia vera.

La poetessa Aleksandra Damnjanovic di origini serbe, da anni impegnata nella promozione culturale con la sua Associazione “La Rondine”, oggi ci regala una storia che ricorda a tratti le infuocate vicende amorose di shakespeariana memoria, dove Verona del 500′ diventa Sarajevo alla fine 900′. Una drammatica storia vera che rivive in teatro grazie all’attrice Irena Plaovic, che ha contribuito sia come artista che come scrittrice al testo teatrale di “MOST – IL PONTE”,  opera prima che tra musiche balcaniche, danze appassionate e intimi momenti di drammaticità, risveglia in noi quella rabbia e assoluta totale inibizione che la guerra provoca. 

Sarajevo, settembre 1984. Primo anno di Ginnasio: primo giorno di scuola. Tutti quindicenni. In loro fiorisce la giovinezza, la sete del sapere, la voglia di vivere. Sono nella stessa classe. Inizia l’appello: Bosko Brkic- presente!; Admira Ismic: presente!. Lui serbo, cristiano, lei bosniaca, musulmana, una cosa normale in una Sarajevo multietnica, piena di matrimoni misti tra le due etnie, in una Sarajevo considerata per questo Città del mondo. I loro sguardi si intrecciano, si parlano, si confondono e.. non si lasceranno più.

Iniziano a frequentarsi nel dicembre dello stesso anno. C’è tutto il mondo a Sarajevo. La città ospita le Olimpiadi invernali del 1984. Giovani di tutti i continenti, di ogni razza, si tengono per mano. Si accende la torcia olimpionica. Anche Admira e Bosko si tengono per mano. Sono felici, spensierati, innamorati. Arriva il loro primo Capodanno insieme. Si promettono amore eterno. Sono inseparabili. Ormai del loro Amore parla tutta la città, diventano il simbolo della libertà. La bellezza della diversità. Passano gli anni, e il loro Amore scorre sempre come un fiume in piena. Si amano ogni giorno come il primo giorno. Si iscrivono all’Università, studiano ma trascorrono insieme tutti i momenti liberi, fanno le vacanze insieme, sognano un futuro e una famiglia. Intanto i venti di guerra arrivano anche a Sarajevo. E’ il 1992. Alla gente si chiede di decidere da che parte schierarsi e la città si divide in due. Da una parte i musulmani, dall’altra parte i serbi. La citta è rinchiusa in un cerchio, in balìa di cecchini che sparano su tutti e tutto, su ogni cosa che è in movimento. I familiari di lui fuggono in Serbia, nella città natale; lui rifiuta di partire con loro e rimane con la sua Admira. Non vuole neanche arruolarsi. Arruolarsi voleva dire uccidere gli amici, i compagni di classe, i conoscenti. Resistono un anno in quella Sarajevo diventata intanto un inferno, dove i cittadini sopravvivono come topi chiusi in una trappola, senza acqua potabile, elettricità, cibo e con un costante rischio di essere uccisi per strada, bersagli di proiettili esplosi inaspettatamente da chissà quale vetta all’orizzonte o da quale palazzo bombardato, come per il divertimento di menti malate, accecate da un odio risvegliato all’improvviso da un lungo letargo.

Decidono di fuggire da quell’Odio e dalla Guerra e progettano la fuga per salvare il loro Amore. Devono attraversare il ponte che separa la parte serba della città da quella musulmana, e scappare nella zona controllata dai serbi e poi… verso Belgrado, verso l’Europa, verso la Libertà, non più possibile preda di ignoti cecchini. L’Amore li avrebbe guidati. Era l’unico sentimento in cui credevano. Trovano un accordo con le opposte fazioni. Alle ore sedici del giorno prestabilito devono lasciarli passare. Una breve tregua. Nessuno deve sparare. Sono civili e non sono armati. E’ il 18 maggio del 1993. Admira ha compiuto 25 anni da appena 5 giorni, Bosko li avrebbe compiuti in agosto. Camminano verso il ponte, mano nella mano, con passo impaurito e fiducioso al contempo. Nel momento in cui iniziano ad attraversarlo, si sentono due colpi di fucile, improvvisi, precisi, vigliacchi. Esplosi dall’Odio. Bosko stramazza a terra per primo, inerte, colpito a morte. Anche Admira rimane colpita a morte: ma prima di spirare trova la forza di trascinarsi verso Bosko, di stringerlo nell’ultimo, disperato abbraccio.

I loro corpi sono rimasti lì, sul selciato del ponte, in quella stretta d’Amore per una settimana. Nessuno osava toccarli, mentre serbi e musulmani nel loro cieco Odio litigavano accusandosi a vicenda. All’ottavo giorno vengono finalmente portati via da una pattuglia di soldati serbi di passaggio e vengono seppelliti nel cimitero di Sarajevo, deposti insieme nella stessa bara. Non si è mai saputo chi e perché li abbia uccisi. Pensavano di andare verso la Libertà, verso la Pace. Sono invece andati verso la Morte. Pensavano che l’Amore potesse vincere sempre contro il male… Ed è così, il loro eterno abbraccio lo testimonia.

La storia della tragica fine di Bosko e Admira, il Romeo e la Giulietta di Sarajevo, è stata testimoniata per prima da un giornalista della Reuters, Kurt Erich Schork, che era sul luogo come corrispondente di guerra, ed ha scosso tutto il mondo. Lo stesso giornalista si era commosso a tal punto che aveva espresso il desiderio di essere sepolto vicino ai due giovani, una volta morto. E’ stato ucciso sul campo di battaglia in Sierra Leone, sette anni dopo l’omicidio di Bosko e Admira.

La sua tomba ora si trova accanto a loro.

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Mersad Berber (1940 – 2012)  pittore bosniaco

Con la rappresentazione teatrale “Most- Il ponte” cerchiamo di raccontarvi l’origine di quella assurda Guerra tra Fratelli, non tanto di ricostruire la storia in sé, perché in ogni guerra al mondo c’è sempre stato e ci sarà un Bosko ed una Admira, vittime dell’Odio ma vivi nell’Amore.

Aleksandra Damnjanovic

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